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Springsteen e Clinton: le star di Obama

Bruce Springsteen e il presidente degli Usa Obama

Beyond the Palace hemi-powered drones scream down the boulevard cantava Bruce Springsteen in uno dei suoi maggiori successi. Ma i rombi di motore, l’altro ieri, si sentivano dentro il palazzo. Quello che ospitava la tappa di Obama in Ohio, nella sua corsa elettorale. A proposito, quel brano del Boss, guest star dell’evento, si chiama Born to run. E gli americani, nati per correre, devono farlo come non mai per uscire da una crisi globale partita proprio da casa loro.

Quell’American dream da sempre narrato da Springsteen sembra oggi scricchiolare. La fiducia del mondo nei confronti di chi ha causato il peggiore effetto domino internazionale degli ultimi decenni, consentendo prestiti plurimilionari alle casalinghe (nulla contro di loro, se non perplessità sull’effetiva capacità di restituzione di somme stratosferiche per le loro tasche) è ben lontana dagli sguardi colmi di gratitudine verso chi ci ha portati sulla luna, ormai più di quarant’anni fa.

Ma se Armstrong ci ha lasciati di recente, uno che non muore mai, almeno politicamente, è Bill Clinton. I divi, al galà di Parma (sì, esiste una Parma anche in America) sono in due. Riprendendo l’illustre collega Bono (che qualche anno fa dichiarò, relativamente a un suo colloquio con l’ex-Presidente, che la vera rock star dell’incontro non era quello che cantava), Springsteen riconosce che stare accanto al più famoso dei coniugi Clinton equivale a condividere il palco con Elvis, rammaricandosi di non aver potuto duettare con il più potente sassofonista che gli States abbiano mai sfornato.

“Se Clinton fosse stato il Titanic, sarebbe affondato l’iceberg”.  Il carisma è sempre stata una dote riconosciutagli da chiunque, anche da George W. Bush, che si lasciò andare a questo paragone qualche anno addietro. La sua America, quella degli anni ’90, quella di Beverly Hills, dei Mondiali di calcio, delle spedizioni nello spazio e in Kosovo, di Michael Jordan e del Sex-Gate, viveva una situazione economica al dir poco felice, se paragonata a quella odierna. Barack Obama – tuona il marito di Hillary – sente nelle ossa i problemi della gente: per questo ha la forza di affrontarli. Chi è troppo ricco non potrà mai comprendere veramente questioni che non lo hanno mai sfiorato – conclude, riferendosi neanche troppo velatamente a Mitt Romney.

La staffetta tra Clinton e Springsteen si consuma con una reciproca strizzata d’occhio e nell’imbarazzo dell’ex-Presidente che svela l’emozione di aver introdotto il Boss per la prima volta. Lo show del cantante di Streets of Philadelphia rispetta l’atmosfera intima del palazzo dei congressi di Parma, dove si ascolta solo la sua voce, intramezzata dall’immancabile fisarmonica, che lo accompagna fino a Thunder Road, brano di chiusura.

Il jet-set a stille e strisce ha da sempre messo a disposizione la propria immagine per favorire le preferenze politiche, specialmente di area democratica (il vecchio Clint Eastwood si giocò una bella fetta della sua credibilità quando intervenne alla convention repubblicana un paio di mesi fa). Ma Bruce Springsteen non è una star. Lui è La star. “I’m the President, he’s the Boss”, disse Obama quattro anni orsono. E adesso the President ha ancora più bisogno del vecchio Bruce. Per questo lo ha voluto in Ohio, stato chiave per antonomasia di ogni campagna elettorale made in USA.

Springsteen è l’America e gli americani lo sanno. Qualsiasi yankee, sia bianco o nero, democratico o repubblicano, si riconosce nei vizi e nelle virtù che il Boss con la fisarmonica racconta da quarant’anni. Così, dopo il discorso carismatico di Clinton, le parole di Obama suonano finalmente più rassicuranti ad un pubblico che spera di uscire dal buio politico/economico di questi tempi. Specialmente se a introdurle è chi, nel buio, ci balla da sempre (Dancing in the dark, 1984).

Andrea Cumbo

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