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Come i siciliani persero le proprie banche

Crisi economica. Foto Internet

In questo periodo di crisi economica causata, in parte, da una cattiva gestione delle banche, quest’ultime sono state prese di mira come il male assoluto da dover combattere. Ciò può essere vero per quelle che si sono dedicate esclusivamente alla finanza, e per giunta spregiudicata, ma la banca è un elemento importante all’interno del sistema economico di un territorio, potendo dire che ne è il propulsore.

Per essere tale, però, è necessario che esse siano del territorio ed operino per il territorio. Vorrei, dunque, analizzare la situazione bancaria siciliana, per cercare di capire come si è arrivati a non possedere più una banca siciliana, facendo un salto indietro, partendo dal periodo antecedente l’unità d’Italia.

Per quanto riguarda il Regno delle due Sicilie, era presente il Banco delle due Sicilie; esso istituì a Palermo e a Messina due Casse di Corte, ma, nel 1848, a seguito dei moti rivoluzionari, che portarono alla temporanea indipendenza della Sicilia, queste due casse vennero riunite nel Banco Nazionale di Sicilia o Banco di Sicilia. Nel 1850, con il ritorno dei Borbone, esso, diventerà Banco Regio dei Reali Domini al di là del Faro. Con l’unità d’Italia, riprenderà il nome di Banco di Sicilia, mentre il Banco delle due Sicilie di Napoli, diventerà Banco di Napoli.

Nel reame borbonico, oltre alla presenza dei due banchi pubblici, esistevano 761 stabilimenti diversi di beneficenza, oltre 1.131 monti frumentari, e casse agrarie e di prestanza.

In Piemonte, nel 1849, veniva costituita la Banca Nazionale Sarda, di proprietà privata; tra gli interessati vi era Cavour, che, difatti, impose al parlamento savoiardo di affidarle i compiti di tesoreria di Stato. Era una banca privata che emetteva e gestiva denaro dello Stato, ed era una banca che emetteva carta moneta, ma la cui riserva di oro non riusciva a garantire il valore delle banconote stampate, a differenza del Banco delle due Sicilie che emetteva solamente monete d’oro e d’argento.

Al momento dell’unità gli istituti che vennero autorizzati ad emettere moneta, per conto del neo Stato italiano, furono la Banca Nazionale Sarda, la Banca Nazionale Toscana, il Credito Toscano, la Banca di Parma e la Banca delle Quattro Legazioni, quest’ultima con sede a Bologna.

Nel 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, la Banca Nazionale Sarda assume la denominazione di Banca Nazionale del Regno d’Italia ed assorbendo la Banca di Parma e la Banca delle Quattro Legazioni diviene il più importante istituto di emissione.

Nello stesso anno viene fondata a Palermo la Cassa Centrale di Risparmio Vittorio Emanuele per le province siciliane e contemporaneamente inizia la guerra ai banchi di Sicilia e di Napoli. Difatti viene impedito loro di raccogliere le proprie monete d’oro e di emettere banconote, cosicché le riserve auree dei due banchi finiscono nella Banca Nazionale, ma non tutte, il ché fa supporre il loro utilizzo per la costituzione della Cassa generale di Genova, la Cassa di sconto di Torino, il Credito mobiliare di Torino e il Banco Sconto e Sete di Torino, che erano socie della Banca Nazionale. La creazione di tali banche aveva l’evidente scopo di finanziare la costituzione di imprese del nord.

Il Banco di Napoli viene autorizzato ad emettere banconote solamente nel 1866 ed il Banco di Sicilia l’anno seguente, solo che, di fronte al rischio del disastro finanziario dovuto alle spese per le operazioni militari intraprese dal Regno di Sardegna, nel 1859, e dal Regno d’Italia, nel 1866, e che fanno capo alla stessa persona, cioè Vittorio Emanuele II, il Governo fu costretto ad emanare un decreto con cui si istituiva il corso forzoso della Lira.

Con tale decreto si sospendeva la convertibilità in oro delle banconote; inoltre, solo le banconote della Banca Nazionale avevano corso legale in tutto il Regno, mentre quelle degli altri istituti nella sola regione di appartenenza; infine, la Banca Nazionale del Regno, sempre privata, assumeva la funzione di tesoriere dello Stato.

Il decreto del corso forzoso fu il pagamento dei debiti delle citate spese militari che lo Stato “italiano” ebbe contratto con la Banca Nazionale, senza di esso, infatti, le banconote degli altri istituti avrebbero soppiantato quelle della Banca Nazionale del Regno.

Ai cinque istituti autorizzati all’emissione, nel 1870, si aggiunge la Banca Romana, ma, nel1893, a causa di una speculazione finanziaria, dovuta all’emissione indiscriminata di banconote, venne messa in liquidazione e le operazioni affidate al nuovo istituto, la Banca d’Italia, sorto dalla fusione tra la Banca Nazionale del Regno, la Banca Nazionale Toscana ed il Credito Toscano; con forma giuridica di società anonima, cioè una società per azioni dei nostri giorni.

A questo punto rimangono solo tre istituti autorizzati ad emettere moneta: la Banca d’Italia, il Banco di Sicilia ed il Banco di Napoli, e questa situazione dura fino al 1926, quando l’emissione viene concessa in monopolio alla Banca d’Italia e alla quale vengono affidate le riserve auree del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli.

Nel primo ventennio del ‘900 si avverte, in Sicilia, un boom di Casse Rurali, Monte di prestiti e società cooperative, e legge economica vuole che man mano che aumentano i depositi, aumentano anche gli investimenti; ma nel 1936 viene varata una legge che sottopone tutti gli istituti di credito, sia pubblici che privati, al controllo di un Ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito, dipendente da un Comitato di Ministri.

Questa legge sancì la fine di molti istituti di credito locali. Difatti il Governo mirava a concentrare l’attività bancaria in grosse banche in modo da averne maggiore controllo.

Nonostante la scure fascista che si abbatté sulle banche siciliane, quelle rimaste in vita, in epoca repubblicana, andavano riprendendosi, notando anche che nel 1947, ad esempio, il Banco di Sicilia elargì cospicui finanziamenti ad aziende del nord. Chissà, poi, secondo quale principio, forse secondo cui i poveri donano l’elemosina ai ricchi.

Facendo un bel salto temporale giungiamo alla fine degli anni ’80, momento in cui avviene l’attacco decisivo agli istituti di credito siciliani. La prima vittima è la Banca Popolare dell’Agricoltura che viene ceduta, nel 1986, all’Istituto San Paolo di Torino.

Nel 1990, tocca alla Banca Popolare Siciliana farsi ingoiare dal Monte dei Paschi di Siena.

Altro colpo lo effettua, nel 1995, la Banca popolare di Lodi, quando la Banca d’Italia costringe la Banca di credito di Canicattì a trovarsi un partner, ed il partner, praticamente imposto, fu proprio la Bpl. I nuovi dirigenti licenziarono il management siciliano, obbligarono i clienti in scopertura a rientrare immediatamente e vennero bloccati i fidi. Non sazia, la Bpl, fagocita in un sol colpo, le popolari di Belpasso e Bronte, e altri istituti minori.

La stessa cosa avvenne per la Banca agricola etnea, che sotto ispezione fu costretta anch’essa a cercarsi un partner e che trovò nel Credito Emiliano, che offrì 30 miliardi, ma le azioni furono messe sotto sequestro; venne, allora, effettuata l’asta pubblica e la Banca agricola etnea fu regalata alla Banca Antonveneta per 14 miliardi.

Nel 1998, il Banco di Sicilia, da ente di diritto pubblico viene trasformato in banca privata. Ciò è il preludio al grande sacco della Sicilia.

Nello stesso anno la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro impongono alla Cassa Centrale di Risparmio Vittorio Emanuele o Sicilcassa, nonostante la sua situazione finanziaria fosse stata risanata, di accorparsi al Banco di Sicilia. L’anno seguente il Banco di Sicilia viene acquistato dalla Banca di Roma; così furono presi due piccioni con una fava.

Nel 2002, dalla fusione della Banca di Roma con Bipop-Carire e Mediocredito Centrale, nasce la holding Capitalia e, nel 2007, quest’ultima, viene fusa con Unicredit.

Il nuovo millennio è caratterizzato da una nuova strategia di marketing da parte degli Istituti del nord: creare società controllate riutilizzando in realtà gli sportelli degli Istituti acquisiti, e con richiami alla Sicilia o al territorio, spacciarli per entità locali.

Ad utilizzare tale espediente fu il Credito valtellinese, che aveva già incorporato, nel 1998, la Banca Popolare Santa Venera di Acireale e nel 1999 la Cassa San Giacomo di Caltagirone. Nel 2001 vengono inglobate anche la Banca Regionale Sant’Angelo di Licata e la Leasingroup Sicilia.

Nel 2002 il Credito Valtellinese decide di creare in Sicilia un’unica banca regionale sfruttando la capillarità territoriale delle precedenti banche acquisite, così dalla loro fusione inventa il Credito siciliano. Alla luce di ciò possiamo dire che di siciliano non abbia molto.

Identica cosa fece la Banca Popolare di Vicenza che, nel 2000, costituì, a Palermo, Banca Nuova, nell’ambito del Progetto Centro Sud. Nel 2001, grazie all’acquisizione della Banca del Popolo di Trapani, presente con oltre quaranta filiali nella Sicilia Occidentale, ha completato la propria presenza in Sicilia. Nel 2002 il progetto di fusione per incorporazione di Banca Nuova in Banca del Popolo ha permesso di integrare la propria rete di sportelli contandone circa un centinaio, principalmente, in Sicilia e Calabria e cercando di espandersi in Campania, Puglia e Basilicata.

Oggi non esistono più in Sicilia istituti di credito di dimensioni tali da dare uno slancio  rilevante all’economia dell’Isola e che possano definirsi siciliani.

Se le banche sono uno degli indicatori dello stato di salute dell’economia di un territorio, allora siamo messi proprio bene; ma da come risulta in questo viaggio nella realtà siciliana, il problema non è economico, ma puramente politico.

Marcello Russo

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3 commenti

  1. Mi dispiace sig. Di Natale, ma le mie fonti dicono invece che la Sicilcassa venne acquistata dal Banco di Sicilia.
    Vero è, però, che prima di passare alla Banca di Roma, il BdS, che aveva acquistato la Sicilcassa, fu acquistato da MedioCreditoe la sua acquisizione da parte della Banca di Roma fu quasi immediata. Questo passaggio, comunque, ai fini del discorso era irrilevante.
    La ringrazio, comunque, per il suo intervento.
    Saluti

  2. Nel 1998 non furono accorpate Banco di Sicilia e Sicilcassa ma Mediocredito Centrale le acquisi entrambe poi il resto coincide purtroppo con la realta’ attuale. gli obiettivi reali erano quelli di risanare il bilancio del Banco di Sicilia con la prima acquisizione e risanare il bilancio di banca di Roma con la seconda acquisizione.
    Per poi regalare tutto a Unicredit e liquidazioni plurimiliardarie agli amministratori delle varie banche interessate alle acquisizioni.

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