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Sicilia, associazioni ambientaliste contro trivellazioni petrolifere

Matteo Renzi nei giorni scorsi ha dichiarato spavaldamente “Perderò qualche voto, ma la norma la faccio per tirar su il greggio dalla Basilicata e dalla Sicilia, anzi l’ho già fatta! Vada come deve andare!”. Questa dichiarazione è la logica continuazione di quanto già detto e fatto dai precedenti Governi, in particolare dal Governo Monti-Passera con il famigerato art. 35 del DL 83/2012, detto anche “sblocca trivelle”.

Col governo Renzi – spiegano le associazioni ambientaliste viene a completa maturazione il ruolo di totale subordinazione assunto dagli esecutivi e dai loro partiti di riferimento nel corso degli ultimi anni. Lo Stato ha da un bel pezzo abdicato all’esercizio di un ruolo indipendente sul piano della ricerca di linee strategiche di sviluppo, trasformandosi in mero esecutore di interessi e di scelte che sono ormai saldamente monopolio della petrofinanza”.

Le fonti fossili di Basilicata e Sicilia rappresentano anzitutto un valore finanziario, in virtù della necessità per i grandi monopoli e per le grandi banche d’investimento di proiettare costantemente progetti finalizzati all’investimento azionario ed al controllo geopolitico. Basta dare uno sguardo a quanto sta accadendo tra Russia ed Ucraina, nei paesi del Nord Africa, nel vicino Oriente, o al costante braccio di ferro di carattere geostrategico che contrappone i progetti di condotte del gas Nabucco, South Stream, Tap, per comprendere la centralità della questione energetica nella rideterminazione delle alleanze, con tutto ciò che ne consegue sul piano degli investimenti di guerra e dei rapporti interimperialisti.

Il governo Renzi non si sta dimostrando né contrario né estraneo a queste logiche. Inoltre in nome della supposta funzione antirecessiva (tutta da dimostrare) degli investimenti finalizzati alla ricerca ed alla coltivazione di idrocarburi, è disposto a “dimenticare” il fatto che le operazioni di estrazione e trattamento di idrocarburi sono invasive e potenzialmente rischiose sia per l’ambiente che per la salute umana ed animale. Sotto gli occhi di tutti c’è l’ultimo esempio di questa situazione: a Vasto (Chieti) il 12 settembre sono morti tre capodogli (tutte femmine, di cui uno incinta) a causa dello spiaggiamento che potrebbe essere stato causato, secondo esperti di Legambiente Abruzzo, dall’air-gun utilizzato per cercare petrolio e gas sotto il fondale marino. Per lo sviluppo? Con i capodogli morti in spiaggia addio al turismo…

Esempi non troppo lontani, e ancora attuali, sono le aree sottoposte ad estrazioni, che sono fra le più povere d’Italia. O la piana di Gela, con i parossistici livelli di inquinamento ed il rischio incombente di 3.500 licenziamenti. Sviluppo?

Allo stesso tempo, dallo stesso Governo, arriva un decreto “spalma-incentivi” scritto appositamente per ammazzare le rinnovabili. Non solo quelle che si vorrebbero installare in futuro, ma anche gli impianti già allacciati in rete. Impianti che creano lavoro e ricchezza: persino Confindustria stima che “il complesso delle misure di efficienza energetica nei vari settori industriali porterebbe ad un risparmio potenziale tra il 2010 ed il 2020 pari a circa 72 Mtep di energia, per raggiungere il quale si attiverebbe un impatto socio-economico di circa 130 miliardi di euro di investimenti, un aumento della produzione industriale di 238 miliardi di euro ed una crescita occupazionale di oltre 1,6 milioni di unità di lavoro”. E non servono mille giorni, cosa aspetta Renzi?

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