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Non sempre tutti i suicidi di mafia sono suicidi

foto da Internet

Le ultime notizie di cronaca ci dicono che nei giro di pochi giorni due boss, Pietro Ribisi e Francesco Baiamonte, si sono suicidati mentre erano detenuti.

Qualcuno potrebbe gioire, ma io no. E non lo faccio per carità cristiana: non gioisco perché vorrei che la pena inflitta fosse interamente scontata e che gli stessi condannati, vivessero più al lungo, per dannarsi l’anima nel ricordo delle atrocità commesse.

Fatta questa doverosa osservazione, mi è venuto in mente un episodio, dove appunto “l’orchestrato” suicidio di un uomo d’onore non si è consumato. Prima che Chinnici, Falcone, Borsellino e in generale tutto il pool antimafia, regolassero il mondo di Cosa nostra, c’era in auge a Palermo, da parte dei detenuti mafiosi, l’uso di “dichiararsi pazzi”.

“L’autocertificazione” veniva abbondantemente avvallata da medici compiacenti e talvolta collusi, col risultato che l’allegra compagnia di killer usciva dal carcere per scorrazzare il lungo e largo nell’attesa di assassinare di nuovo. Avevano trovato il passepartout per aprire il cancello principale, ed uscire.

E lo Stato? Era troppo impegnato per accorgersene, sino al garbino originato dai Giudici che ha portato una nuova ventata di legalità. Un giorno arrestiamo tre killer che avevano appena commesso un omicidio e ovviamente li portiamo in quel che all’epoca era considerato il Grande-Hotel per eccellenza, ovvero il carcere dell’Ucciardone di Palermo.

Ora, si da il caso che due killer non nutrissero tanta fiducia nel terzo, talchè non lo ritenevano un vero “uomo di panza”: avevano paura che cedesse alle lusinghe degli investigatori per farlo “cantare” e annoverarlo, quindi, nelle file dei pentiti. E qui scatta l’idea geniale che i due propongono al “lento di panza”.

Lo convincono di fingersi pazzo per riacquistare la libertà: espediente già collaudato dai due. Il terzo, figuriamoci, accetta volentieri perché vede lo spiraglio della sua salvezza. Si accordano di mettere in scena un finto suicidio con l’utilizzo delle lenzuola annodate intorno al collo. Una mattina i tre che occupavano la stessa cella, iniziano la “pupiata” .

Il terzo viene legato e appeso al soffitto e quando sarebbe scattata la messinscena, le urla del terzetto avrebbero attirato l’attenzione delle guardie e il gioco sarebbe riuscito. Ma c’è un però! I due mafiosi, convinti di aver fatto un nodo scorsoio a prova di morte, si sono messi a ridere dicendo al terzo la verità: “Accussì non parli cui sbirri!”

Il malcapitato, scoperto l’inganno e preso dalla disperazione, si è messo a urlare con tutte le sue forze facendo occorrere le guardie che l’hanno salvato da morte certa. La scena ha avuto un finale diverso da come i due l’avevano ideata, ma non si sono sbagliati su una cosa: il terzo è diventato un collaboratore di giustizia.

Morale, tutti i suicidi sono davvero suicidi?

Pippo Giordano

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