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Save the Children Italia, una realtà in crescita ovunque. Ma non al Sud

Foto Internet

Oltre 26 mila donatori attivi, dodici anni di attività in Italia, sette paesi coinvolti nel progetto. Save the Children, associazione benefica fondata nel 1919 in Inghilterra, negli ultimi anni sta incrementando molto la sua attività, dedicata in grandissima parte al sostegno a distanza di minori in difficoltà.

Il meccanismo è semplice: ci si iscrive al sito, si aderisce al progetto inserendo i dati del proprio Rid Bancario o della carta di credito ed è fatta. In pochi minuti si diventa “donatori a distanza”, partecipando al sostegno di un bambino che ha bisogno di denaro per vestirsi, mangiare o andare a scuola. Bastano 300 euro l’anno, 25 al mese, per rendere un pizzico migliore la vita di chi è nato nelle condizioni sbagliate. Filippine, Egitto, Malawi, Nepal, Mozambico, Mali e Bolivia, questi i luoghi che attualmente vengono coperti da Save the Children Italia (a livello mondiale sono 120) e da dove potreste ricevere la foto di chi avete adottato una volta l’anno e tre report su cosa fa e su come i vostri soldi vengono usati.

I dati che Save the Children Italia ci fornisce sono sorprendenti e in qualche modo fanno riflettere: 9 mila 500 donatori nel 2009 (3 mila 450 in più rispetto al 2008), 14 mila nel 2010, 21 mila l’anno scorso e come detto 26 mila 625 quest’anno, fino a luglio. Una crescita continua, come commenta anche Giancarla Pancione, responsabile dei donatori individuali per StC: “Stiamo riscontrando un grande successo negli ultimi anni – spiega – e questo significa che la gente si fida. Siamo ormai conosciutissimi, facciamo numerose campagne di sensibilizzazione e il nostro bilancio ogni anno è pubblicato online”.

Giancarla, che ha 41 anni ed è di Palinuro, ha una lunga esperienza nel campo: “Sono laureata in Scienze Politiche e ho conseguito un master in Politiche Europee a Londra – racconta – poi ho lavorato due anni all’Unhcr, poi nel 2000 sono passata ad Amnesty, nel 2004 all’Unhcr e nel 2006 a Save the Children”. La Pancione fa anche un quadro generale sui rapporti tra donatori e bambini: “La scelta non esiste – sottolinea – noi facciamo in modo che ogni donatore venga abbinato al primo bambino disponibile, non siamo al supermercato. Dopodiché se il donatore vuole, può legare a distanza con l’adottato tramite lettere e disegni, ma la maggior parte non ha tempo o non ha interesse e si limita a mandare i soldi”.

Ma come si sostiene Save the Children? “Il 5×1000 è una piccolissima parte del nostro bilancio – confida Giancarla – perché esistono decine di realtà come la nostra se non più estese e famose. Noi viviamo grazie al sostegno a distanza e ai donatori regolari, quelli che non adottano bambini ma mandano soldi all’associazione tramite il progetto ‘Io save the children‘”.

Poi un commento sui dati divisi tra aree geografiche, che vedono una provenienza meridionale dei donatori limitata al 25% contro il 35 del Centro e il 45 del Nord: “Il Sud risulta meno interessato – risponde Giancarla – perché forse c’è meno disponibilità economica. Venticinque euro al mese per alcune famiglie sono tanto. E poi c’è da dire che le nostre campagne pubblicitarie vengono fatte soprattutto a Roma e Milano, dove abbiamo le nostre sedi”.

Infine sul porta a porta: “I ragazzi che vanno per le case a proporre adozioni a distanza – conclude la Pancione – sono retribuiti e formati mensilmente sui nostri progetti. Il riscontro è positivo, non ci sono mai giunte lamentele”.

Valerio Valeri

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