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Poltrona ti amo/7: Massimo D’Alema, professione politico

Massimo D’Alema. Foto Internet

Sette legislature, da venticinque anni ininterrottamente deputato, Presidente del Consiglio nel 1998/1999 e ancora nel 1999/2000, Ministro degli Esteri dal 2006 al 2008, Presidente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (Co.Pa.Si.R.) dal 2010, ai vertici dei Democratici di Sinistra dal 1998 al 2007, anno in cui confluirono nel Partito Democratico, direttore de L’Unità dal 1988 al 1990 e giornalista professionista dal 1991.

Massimo D’Alema, 63 anni, romano con un lungo passato in Puglia (la moglie è foggiana), è uno dei politici che definire onnipresenti è poco.

Ha ricoperto numerose cariche, iniziando la sua carriera addirittura a 9 anni, quando a Monteverde Vecchio, dov’è cresciuto, D’Alema divenne responsabile dei Giovani Pionieri Comunisti. Faceva quasi paura, con quel capoccione scuro e i modi da capopopolo navigato. Sin da giovane, quindi, è dentro ai movimenti giovanili del Pci, diventa segretario dlla Fgci nel 1975 battendo la concorrenza dell’amico Fabio Mussi, cinque anni dopo venne spedito in Puglia per fare attività e fronteggiare l’asse Psi-Dc. E’ grazie alla circoscrizione Lecce-Taranto-Brindisi che nel 1987 entrò per la prima volta a Montecitorio, diventano nel ’92 capogruppo del neonato Pds alla Camera.

Numerose le vicende che lo hanno visto coinvolto: nel 1985 ammise di aver ricevuto 20 milioni di lire da un imprenditore barese, mentre ricopriva il ruolo di segretario regionale Pci. Un finanziamento illecito per il quale, però, D’Alema non pagò alcuno scotto: nel 1995 il caso venne archiviato, essendo il reato caduto in prescrizione.
Nel 2007 il Parlamento Europeo, di cui al tempo D’Alema era deputato, non autorizzò il giudice Clementina Forleo ad utilizzare le trascrizioni di alcune intercettazioni telefoniche relative alla scalata alla Bnl effettuata dalla Unipol di Giovanni Consorte. Né D’Alema né Piero Fassino sono mai stati processati a riguardo.

Nel 1995 Il Giornale lanciò una campagna mediatica (“Affittopoli”) che denunciava il malcostume degli enti pubblici che affittavano a equo canone appartamenti a vip e personaggi di spicco della politica: Massimo D’Alema era uno di questi, avendo ottenuto 146 mq a Porta Portese, quartiere storico della capitale a 1 milione e 60 mila lire al mese (meno di 800 euro oggi, considerata l’inflazione). D’Alema lasciò la casa per evitare ulteriori polemiche.

Ad oggi il “baffetto” svolge la sua funzione di deputato e presidente Co.Pa.Si.R. con apparente discrezione: è meno sulla cresta dell’onda, meno protagonista del dibattito politico, anche all’interno di un Partito Democratico in eterno subbuglio. Grazie a OpenPolis, sappiamo che nell’ultima legislatura ha presentato di suo pugno solo due disegni di legge – approvati – entrambi nel 2012 ed entrambi riguardanti disposizioni di sicurezza informativa e sul Segreto.

Quello che fa riflettere, su Massimo D’Alema, è il suo non aver mai svolto una professione precisa al di fuori della politica (che nel 2011 gli ha fruttato 165 mila euro di reddito), se escludiamo i due anni da direttore responsabile del giornale di partito.

Massimo D’Alema, professione: politico.

 Valerio Valeri

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