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Pesca, in vigore l’obbligo di sbarco. Prof.ssa Daniela Mainenti: “L’industria italiana non preparata”

Daniela Mainenti

(di redazione) La prof.ssa Daniela Mainenti, docente alla Link Campus University di Roma ed esperta di pesca illegale, ha analizzato gli effetti sul mercato italiano della pesca dell’obbligo di sbarco in vigore dall’1 gennaio scorso.

“In Italia l’entrata in vigore dell’obbligo di sbarco ha un impatto non indifferente sia dal punto di vista ambientale sia economico e logistico”.

Così Daniela Mainenti, docente di diritto processuale presso la Link Campus University di Roma ed esperta di pesca illegale

“Nell’Unione Europea, infatti, dal primo gennaio 2019 – ha spiegato la prof.ssa Mainenti – è entrato in vigore l’obbligo di sbarco previsto dal Regolamento n. 1380/2013. Tutte le specie catturate accidentalmente e sbarcate nei porti autorizzati non potranno essere commercializzate e destinate al consumo umano, ma trasformate in farine e altri prodotti”.

“L’industria della pesca – ha proseguito – non sembra essere preparata ad affrontare questa nuova sfida. Non tutti i pescherecci unionali sarebbero dotati di attrezzature per selezionare il pesce e i pescatori potrebbero essere chiamati a sostenere nuove spese dovendo pagare una tassa per smaltire il pescato indesiderato come rifiuto speciale. Costi che, se associati alle difficoltà economiche del settore della pesca e alla mancanza di controlli, potrebbero favorire la vendita illegale del pesce indesiderato o l’abbandono, gravando in questo modo sulla raccolta rifiuti urbana”.  “Associare però l’obbligo di sbarco con la pesca illegale in una sintesi di causa – effetto non può dirsi corretto – ha spiegato la prof.ssa Mainenti – Si tratta di due ambiti completamente diversi, laddove il primo tenta di trovare una soluzione al sovrasfruttamento della risorsa marina.

La domanda corretta non è infatti: ‘come si deve smaltire il sottotaglia una volta conferito in porto?’; la domanda corretta è ‘come si deve fare a non pescare pesci al di sotto di una taglia minima, quindi individui giovani che ancora non sono maturi per la riproduzione?’”.

“Questo è il reale punto di osservazione e a questo dovrebbe puntarsi: ad incentivare, cioè, tutte le buone pratiche che limitino o annullino la pesca accidentale.  Invece, sin dallo stesso regolamento si legge, insinuante, l’idea, che ‘alcune catture accidentali siano inevitabili anche quando si applicano tutte le misure per ridurle, prevedendo alcune esenzioni de minimis dall’obbligo di sbarco per le attività di pesca cui si applica tale obbligo, principalmente mediante piani pluriennali’”, ha concluso la Mainenti.

La questione aperta allora è: ma prevedere esenzioni, eccezioni, deroghe, non è il solito modo per vanificare un’intenzione meritoria che dovrebbe, al contrario, incentivare fortemente piuttosto, anche economicamente, le imprese di pesca ad innovare in tecnologia più selettiva dei propri sistemi di pesca?

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