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Pensioni: Il Governo sterilizza l’ aspettativa di vita, quota 100 e 41 non vincolate

(di redazione) Il Governo punta alla “sterilizzazione” dell’aspettativa di vita, ma i patti erano altri: quota 100 e 41 non vincolate.

Mentre i leader di M5S e Lega continuano a rassicurare la piazza, si alza la protesta Inps per le possibili modifiche alla riforma Fornero che potrebbero mandare via 400 mila lavoratori sopra i 62 anni. L’ente  mette le mani avanti, dicendo che rischia il collasso per via di una spesa aggiuntiva di 140 miliardi in 10 anni, per poi crescere ancora fino al 2046. A fronte dei costi proibitivi, l’esecutivo potrebbe sentirsi costretto a mediare, rimandando a fine legislatura il piano iniziale di introdurre quota 100 e quota 41 in modo “puro”, non sottomesse a paletti e restrizioni varie. A chi accetterà di lasciare il lavoro, fino a cinque anni prima, potrebbe essere sottratto circa il 20% di quello che avrebbe preso andando con la pensione di vecchiaia.

Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, rifiuta categoricamente “l’idea di un trattamento del genere, al limite del ricatto, rivolto verso chi ha lavorato una vita ed ora, ad un passo dal traguardo, si trova a pagare un pegno assurdo. E se alla fine dovessero comunque lasciare quasi 100 mila docenti, da settembre ci ritroveremmo con una cattedra su quattro da assegnare a supplenza. A quel punto, l’apertura delle GaE non sarebbe più una possibile scelta, ma una decisione inevitabile per salvare il sistema”.

Sulla riforma delle pensioni si sta dicendo tutto e il contrario di tutto. Tra le ultime dichiarazioni pesanti c’è quella del vicepremier Matteo Salvini, per il quale “l’obiettivo finale è azzerare tout court la legge Fornero” e “di arrivare a quota 41 pura”. L’Esecutivo, ha commentato Orizzonte Scuola , per reperire le risorse necessarie alla quota 100 e alle altre misure della legge di Bilancio, starebbe pensando a confermare il blocco della rivalutazione delle pensioni.

L’intenzione del governo è stata confermata  dal ministro del Lavoro, il vicepremier Luigi Di Maio, che ha parlato di sterilizzazione dell’ aspettativa di vita: dopo aver incontrato i rappresentanti dei lavoratori che hanno 41 anni di contributi ma che non possono andare in pensione perché non hanno raggiunto l’ età di vecchiaia e si sono visti in questi anni crescere i contributi necessari per uscire indipendentemente dall’ età, il leader grillino ha detto di avere dato “mandato ai suoi tecnici di lavorare ad una soluzione da portare in legge di bilancio partendo anche da un’ ipotesi di sterilizzazione dell’ aspettativa di vita.

Se il progetto dovesse andare in porto, significherebbe che l’età di accesso alla pensione di vecchiaia potrebbe bloccarsi dopo lo scalino previsto nel 2019 a 67 anni, o forse anche rimanere ferma agli attuali 66 anni e 7 mesi; anche per la pensione anticipata non ci dovrebbero essere nuovi adeguamenti alla speranza di vita, con la soglia di uscita collocata a 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e a 41 e 10 mesi per le donne.
Il doppio provvedimento, però, appare molto costoso: secondo i calcoli presentati alla Commissione Lavoro della
Camera la scorsa settimana dal presidente dell’ Inps, Tito Boeri, solo l’ anno prossimo servirebbero sette miliardi (in più rispetto alla spesa per le pensioni prevista attualmente), per poi crescere repentinamente e pesare nel corso del prossimo decennio per 140 miliardi aggiuntivi. E questa spesa crescerebbe in modo inesorabile fino al 2046, per poi scendere, dato che a quel punto si pagherebbero pensioni più basse (a fronte di uscite anticipate) rispetto a quelle che si sarebbero pagate con le regole attuali che prevedono età e contributi in continua crescita.

È sempre più probabile che dinanzi a queste altisonanti ipotesi di spesa, pressato anche dal giudizio di Bruxelles, il governo M5S-Lega si ritrovi a dover mediare, rimandando a fine legislatura il piano iniziale di quota 100 e quota 41 svincolate da paletti e restrizioni varie. Al di là delle dichiarazioni di sorta, diventa sempre più plausibile la possibilità che l’accesso al pensionamento con almeno 62 anni e 38 di contributi avvenga in cambio dell’accettazione di un sistema previdenziale “misto”, tutt’ altro che conveniente per il pensionando, se non addirittura integralmente “contributivo”: un’ipotesi, quest’ultima, che secondo gli esperti previdenziali della carta stampata nazionale andrebbe a sottrarre almeno un ulteriore 20% dalle già misere pensioni dei lavoratori pubblici.

Scoraggiando, in tal modo, l’adesione ad un nuovo modello previdenziale, solo lontano parente di quella che doveva essere la controriforma Fornero. Così, mentre in Europa si continua ad andare in pensione a 63 anni, con Germania e Francia che danno la possibilità di lasciare la cattedra con 25-27 anni di contributi senza riduzioni significative sull’ assegno pensionistico, in Italia si verrebbe a determinare l’ennesima beffa.

Lo stesso presidente dell’Inps sostiene che un dipendente pubblico arriverebbe a perdere 500 euro al mese.
“Come sindacato, commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, rifiutiamo da subito l’idea di permettere un trattamento penalizzante, al limite del ricatto, verso chi ha lavorato una vita ed ora, ad un passo dal traguardo, si trova a pagare un pegno assurdo. Ecco perché continuiamo a chiedere correttivi: solo qualche giorno fa il Ministro ha detto che la manovra economica si deve ancora realizzare e che il Def non è esauriente per comprendere la sua consistenza. Bene, allora governo e parlamento si ricordino che chi opera nei nostri istituti scolastici svolge una professione delicata e stressante, e che bisogna innovare il corpo docente più vecchio al mondo e ad alto rischio burnout ”.

“Inoltre, ammesso che alla fine vadano via quasi 100 mila docenti e Ata, ci ritroveremmo con una cattedra su quattro da assegnare ai supplenti. Con i concorsi lontano dal compiersi, è ovvio che dinanzi a questo scenario l’apertura delle GaE non sarebbe più una possibile scelta, ma, conclude Pacifico, una decisione imprescindibile, inevitabile per salvare l’intero sistema scolastico nazionale”.

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