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Papa Francesco a Rebibbia. La fede e la speranza nella lettera di Totò Cuffaro

“La voce del Papa era stanca e addolorata ma era ‘la voce buona’, noi detenuti l’abbiamo riconosciuta subito. Lui era Cristo. Grazie, Francesco”

L’ex governatore della regione Sicilia, condannato a sette anni per favoreggiamento aggravato alla mafia, ricorda, nella lettera pubblicata nel quotidiano dei vescovi, Avvenire, come avesse cercato anche nel passato un cammino con Cristo ma “l’incontro che veramente ce lo ha fatto conoscere è accaduto qua dentro” tra le sbarre di un carcere.

È stato proprio grazie  all’incontro del Papa, il 2 aprile, in occasione della solennità della lavanda dei piedi, che Cuffaro parla di una fede rinnovata di una speranza che può nascere tra le mura di un penitenziario affermando: “Credevamo di trovato Dio nella liturgie a cui avevamo preso parte, di averlo raggiunto nei pellegrinaggi che avevamo fatto, di esserci stati accanto in meditazione nei ritiri spirituali, ma oggi possiamo dire che l’incontro che veramente ce lo ha fatto conoscere è accaduto qua dentro. In questo luogo, senza cercarla né aspettarla abbiamo sentito la Sua voce: inconfondibile.”

Sulla cerimonia del Giovedì santo racconta: “La voce del Papa era stanca e addolorata ma era ‘la voce buona’, noi detenuti l’abbiamo riconosciuta subito. Lui era Cristo. Grazie, Francesco”.”Dentro il deserto del carcere, poveri in mezzo ai poveri e tutti nella miseria, abbiamo sperato ancora”.

Marco Tarquinio commenta in prima pagina il “capovolgimento” di quest’uomo che “considera la propria vita e le proprie scelte, e non si giustifica orgogliosamente né si autoassolve”. Un capovolgimento “per tanti forse inimmaginabile, per qualcuno probabilmente incredibile, per altri ancora semplicemente inconcepibile e inaccettabile”, e invece per un cristiano si tratta di “un cambiamento possibile”un cambiamento dovuto al nuovo «incontro» con Cristo. Incontro nella forma straordinaria propiziata dalla visita, dalle parole e di gesti compiuti da papa Francesco nel grande carcere romano di Rebibbia.

Cristina Monti

 

 

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