Spazio Libero

Navi e piattaforme “fantasma” nel Canale di Sicilia

Foto da internet

Una delle zone più trafficate del Mediterraneo è certamente il Canale di Sicilia. E per rendersene conto basta dare un’occhiata su Marine Traffic Com, un sito specializzato che riporta in rete, sulle mappe di Google con aggiornamenti in tempo reale, il traffico marittimo di tutti i mari del mondo.

In pratica ogni natante, tramite un segnale radio AIS, viene posizionato e seguito sulla mappa durante i suoi spostamenti, identificato da un simbolino che, a seconda del colore, ci dice di che tipo di natante si tratti (nave passeggeri, cargo, peschereccio, petroliera, etc), mentre la sua forma (sagomata a freccia o con un quadratino) ci segnala se quel natante è in navigazione o ormeggiato.. Cliccando poi sul segnalino è possibile ancora ricavare tanti altri dati utili sul natante in questione: sul percorso di navigazione già fatto, sulla destinazione finale, sulle sue caratteristiche tecniche (con tanto di foto se disponibili…), e altro ancora.

Il traffico marittimo nello Stretto di Sicilia sulle mappe di Marine Traffic Com tuttavia appare da sempre poco uniforme e stranamente sbilanciato. Risulta infatti molto intenso nel braccio di mare che separa, a NE di Pantelleria, quest’isola dalle coste siciliane, mentre appare estremamente ridotto sul versante opposto, nel canale tra Pantelleria e la Tunisia, a SO dell’isola.

È difficile capire il motivo dell’assenza in questa zona dei segnali AIS. Le cause possono essere diverse. A parte i pescherecci oltre un dato tonnellaggio, cui si richiede l’uso del relativo trasponder per l’emissione dei segnali AIS per motivi di sicurezza nella navigazione, d’altronde pare non ci sia nessun obbligo o norma che imponga a un natante la trasmissione di tali dati. E fu questa la ragione per cui un anno fa, per l’esattezza a novembre dello scorso anno, scrissi una nota su Fb intitolata “Un canale ‘oscuro’ nel traffico marittimo dello Stretto di Sicilia” in cui denunciavo lo strano fatto, nota che fu ripresa all’epoca anche da alcuni notiziari on line.

Le cose però nei mesi successivi cominciarono a cambiare. Dall’inizio del 2012 sempre più numerosi sono diventati i pescherecci italiani che, operando in quest’area marina, compresa tra Tunisia e Pantelleria sia dentro che fuori delle nostre acque territoriali, trasmettono i loro segnali AIS indicando la propria posizione. Ma un primo forte segnale, è proprio il caso di dirlo, si è avuto verso marzo, quando ha iniziato a trasmettere il suo segnale AIS la “FPSO Ikdam” della Lunkin Petroleum, una nave specializzata in estrazioni e processi di raffinazione di prodotti petroliferi, da anni ancorata sul giacimento petrolifero off-shore “Oudna” situato in acque tunisine a 31,6 mn a sud-ovest di Pantelleria, dove opera debitamente ormeggiata e assistita dai suoi rimorchiatori di servizio.

Ai primi di Luglio, a una novantina di miglia a sud di Lampedusa, inizia poi a trasmettere il suo segnale AIS anche una piattaforma petrolifera battente bandiera libica, la “Bouri Field DP3”, una piattaforma di dimensioni di tutto rispetto (m 100 di lunghezza per 114 di larghezza), anch’essa debitamente ancorata sul fondale di un’altro giacimento off-shore, come rivela il relativo simbolo grafico di posizionamento dulla mappa di Marine Traffic Com. E ancora un paio di settimane dopo, sempre in acque libiche ma più prossime alla costa tunisina, anche la “Farwah”, una grossa nave “floating storage/production” (in grado cioè di effettuare tutte le operazioni estrattive off-shore, stivaggio compreso), comincia a trasmettere il suo segnale AIS, rivelando così il suo stabile ormeggio operativo su un altro giacimento vicino.

A questo punto, con tutti i segnali AIS che provengono dal versante meridionale del Canale di Sicilia (inclusi quelli di alcune piattaforme petrolifere…) potremmo davvero dire che quel tratto di mare tanto “oscuro” più non è … Che ciò accada a seguito di nuove disposizioni dei Paesi costieri mediterranei del Nord Africa ? Ed è un interrogativo che viene spontaneo, confrontando quel comportamento dei paesi africani freschi diÈ  “primavera araba” con quello che noi, per contro “paese civile, continuiamo a fare da anni, mascherando ad esempio come vere navi e piattaforme “fantasma” le strutture offshore della Edison (la piattaforma ”Vega” e la sua nave appoggio in cui viene stivato il petrolio estratto) davanti alla costa ragusana, in barba ad ogni minimo principio di sicurezza del traffico marittimo, neppure tanto scarso in quella zona, come chiunque può facilmente constatare…

Potremmo dire “fine del discorso” a questo punto… Ma in realtà la storia non è ancora finita. Una fine provvisoria, oggi come oggi, se vogliamo, possiamo anche trovarla, e tutt’altro che positiva… . Viviamo tempi in cui sono gli esempi cattivi a far presa. E a far presa sugli altri è l’esempio negativo dell’Edison, non quello degli altri sull’Edison… Ovvero, come l’immagine a corredo di questa mia triste nota documenta, quelle che, per un breve periodo di trasparenza, con i loro segnali AIS si erano navi e piattaforme petrolifere operative alla luce del sole, oggi invece sono tornate a nascondersi come “topi nelle fogne”, senza offesa per alcuno… Vere e proprie “navi e piattaforme fantasma”, di cui sappiamo poco o nulla: quante sono, dove sono, cosa fanno, e come operano, in uno Stretto di Sicilia diventato un novello “Triangolo delle Bermude” mediterraneo, dove navi e piattaforme petrolifere sono “fantasmi” sì, ma più che reali, e capaci di far davvero male…

La riprova ? Eccola. È proprio nell’immagine di cui sopra, da me ripresa nei giorni scorsi su Marine Traffic Com. Una immagine nella quale vediamo i due rimorchiatori di servizio della “Ikdam”, il “Botnica” e l’ “Asso Zejt” ormeggiati sul giacimento petrolifero off-shore “Oudna Field”, nello stesso punto dove è ancorata, pienamente operativa la nave FPSO della Lunkin Petroleum, la quale però, “oscurata”, non trasmette più da qualche tempo il suo segnale AIS.

Guido Picchetti

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