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Mafia, collaborazione tra le famiglie mafiose di Palermo e Agrigento: ricostruita la mappa del pizzo, 34 gli indagati

squadra_mobile_palermoPalermo, Le indagini svolte dalle squadre mobili di Palermo e Agrigento hanno messo alla luce che “Cosa nostra” tentava di condizionare appalti di grande valore economico come quello del rigassificatore di Porto Empedocle, dei collegamenti con Lampedusa e dei lavori di ristrutturazione degli alloggi popolari. Per raggiungere l’obbiettivo che si erano prefissato, le “famiglie” mafiose di Palermo e Agrigento, avevano stretto una forte collaborazione, frutto anche dell’antico legame che univa le due “famiglie”. Questo è quanto scoperto dalla polizia, che ha eseguito tredici ordinanze di custodia cautelare, 9 arresti e 4 obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria, ordinanze emesse dal gip di Palermo Giangaspare Camerini su richiesta dei pm Maurizio Scalia, Rita Fulantelli ed Emanuele Ravaglioli della Dda. Le accuse a carico degli imputati sono di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, detenzione illegale di armi e detenzione di sostanze stupefacenti.

L’operazione effettuata è stata denominata “Icaro” e come sottolineano gli agenti, “hanno confermato come non si sia mai spezzato lo storico vincolo tra Cosa nostra palermitana e agrigentina”, dimostrato dai documentati summit svolti nelle campagne agrigentine tra ruderi e appezzamenti di terreno. Gli investigatori hanno ricostruito la “mappa del pizzo” imposto alle imprese e come le due “famiglie” condizionavano varie opere edili. Gli indagati sono in tutto 34.

Le indagini hanno scoperto anche la struttura organica di Cosa nostra per quanto riguarda la parte occidentale di Agrigento. La polizia spiega che, ” Sono stati raccolti numerosi elementi indiziari a carico del capo famiglia della cosca di Agrigento, Antonino Iacono, 61 anni e del capo famiglia della cosca di Porto Empedocle, Francesco Messina 58 anni. Operavano con metodo mafioso ed estorsivo per condizionare l’attività di ristrutturazione del rigassificatore di Porto Empedocle. Dalle risultanze investigative, oltre alla supremazia dei due “capifamiglia”, sono emersi i ruoli di spicco di numerosi soggetti organici all’associazione, quali Giuseppe Piccillo, uomo di fiducia di Iacono, delegato all’organizzazione di incontri con esponenti mafiosi di altre famiglie locali e per conto del quale si è reso responsabile di più azioni intimidatorie, finalizzate a estorcere il pizzo a numerose imprese locali attive nel settore del calcestruzzo; Francesco Capizzi e Francesco Tarantino, organici alla famiglia mafiosa di Porto Empedocle e soggetti di fiducia di Messina, per conto del quale si sono resi responsabili di azioni estorsive in pregiudizio di imprese edili operanti in quel centro. Questi avrebbero tentato di condizionare il trasporto da e per l’isola di Lampedusa, nonché l’attività di ristrutturazione di alloggi popolari di Porto Empedocle. Tra gli arrestati anche Gioacchino Cimino, 61 anni, ritenuto organico alla famiglia di Porto Empedocle”.

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