Spazio Libero

Lettera aperta a Crocetta, Borsellino, Lorenzin… e perché no anche al premier Renzi

Riceviamo e pubblichiamo.

“Una giornata al pronto soccorso a Palermo”

Ecco il mio racconto, vi descrivo la mia avventura, se così si può chiamare,  forse è meglio definirla disavventura, di una giornata passata in un pronto soccorso palermitano. Volutamente non dirò di quale pronto soccorso si tratta perché gli altri pazienti mi raccontavano che anche negli altri la situazione non è differente.

Venerdì 20 febbraio 2015 ore 13,30, arrivo al pronto soccorso

Accompagno mia madre (ultra ottantenne, con varie patologie) ed entro nella sala d’attesa del pronto soccorso e chiedo lumi agli astanti su come bisognava comportarsi in questi casi e mi viene spiegato che il turno è all’antica, della serie “chi è l’ultimo”, e dopo che si fa? Mi viene risposto che si attende che l’infermiera del “triade”, così come c’è scritto sopra una porta a vetri e metallo di tipo blindato, o menticato la scritta era un po’ sbiaditina, ci chiamerà a turno per la registrazione e per attribuire, così come è scritto in un tabellone in bella mostra appeso alla parete accanto alla porta d’ingresso, il famigerato codice: bianco se non hai nulla o quasi, verde se hai qualcosina ma puoi attendere, giallo se la cosa è un tantino più seria ed infine rosso se la cosa è grave e quindi meritevole della massima attenzione “pericolo di vita”.

Quindi, faccio accomodare mia madre in una scomoda poltroncina di plastica e mi metto buono buono dietro questa porta ed attendo che l’infermiera ci apra e ci dica di entrare. Prima riflessione pomeridiana, dopo una prima attesa che sembrava infinita, ma nessuno interviene in sala per verificare questi signori in attesa cosa hanno e perché sono lì?

Mi sembrava che c’erano molti pazienti, ma dopo una prima ricognizione constato che gli ammalati non erano poi tanti 4 o 5 non di più, gli altri erano accompagnatori, taluni erano accompagnati da un mugolò di parenti e conoscenti, quindi non erano poi tanti i malati. Dall’altra parte del vetro, a fare compagnia all’infermiera, c’era un numero imprecisato di infermieri e barellieri del 118 o similari, che con il loro modo di fare interrompevano speso e volentieri la povera infermiera che stava svolgendo il suo lavoro di registrazione. Questi signori entravano con il loro carico da un altro ingresso ed avevano la priorità, infatti mi dicevo ma sono stato scemo a non chiamare anch’io il 118 e a presentarmi in ospedale con le credenziali giuste? In effetti ci avevo pensato ma ho voluto evitare, per non gravare ulteriormente sull’economia del paese, decidendo di accompagnare io stesso mia madre, che aveva avuto un piccolo incidente domestico ed aveva sbattuto violentemente il viso per terra procurandosi una ferita profonda all’arco sopracciliare e varie escoriazioni al viso, alle mani, alle gambe e quello che mi sembrava più grave era un leggero stato confusionale.

Il tempo passava ma nessuno si presentava o faceva entrare nel triade qualcuno degli astanti, quindi il mormorio dei presenti si faceva sempre più insistente sino a trasformarsi in protesta bella e buona, il tono delle voci era sempre più alto a quel punto si schiudeva il portoncino del triage ed una guardia giurata, dai modi gentili, chiedeva spiegazioni di quel vociare. Dopo le ulteriori insistenze finalmente l’infermiera si presentò in sala e sempre su nostra richiesta cominciò a chiedere ai malati cosa avvertissero, dalle sue parole l’unica cosa che abbiamo capito tutti era che bisognava attendere perché c’erano delle priorità e quindi bisognava avere pazienza. Ma almeno avevamo raggiunto un primo obiettivo: ci avevano ascoltato. Altra ambulanza, altro paziente cardiopatico, aspettiamo.

Per ingannare il tempo di attesa ci siamo raccontati cosa ci fosse successo, alla fine del racconto in coro ci siamo detti che questa situazione che stavamo vivendo era il frutto “di tutti questi tagli indiscriminati, che la politica aveva imposto al popolo italico”. E noi parenti dei malati sempre lì in attesa dietro quel portoncino ad aspettare, cosa non si sa, si ecco ci sono aspettavamo la manna, la manna dal cielo. Meno male che fra noi c’era una certa solidarietà e magari ci scappava pure la battuta che rendeva l’attesa meno gravosa, se così si può dire. A menticavo, la sala aveva le parenti scrostate in un bagno, quello degli handicappati, era senza acqua e l’altro era promiscuo, non parliamo poi del portoncino di ingresso alla sala che non si riusciva a chiudere ed entrava un arietta gelida che non rendeva confortevole l’attesa, naturalmente niente riscaldamento.

Intanto i malati in attesa aumentavano, qualcuno finalmente riusciva ad entrare al triage, ad aspettare con me c’era un signore con il figliolo che già erano stati al triage ed aspettavo silenziosamente il loro turno per essere visitati da uno dei due medici che doveva poi decidere il da farsi, erano lì già prima che arrivassi io, un’altra signora, anche lei con il giovane figlio erano lì dalle 12,30 ed ancora non erano riusciti a passare la soglia del triade, il ragazzo era in evidente stato di sofferenza.

Venerdì 20 febbraio 2015 ore 16,30, si entra al triade

L’infermiera, premurosissima, cominciava a chiedere e a scrivere al computer cosa fosse accaduto a mia madre i sintomi etc. subito dopo faceva l’elettrocardiogramma e misurando la pressione, constatava che era altissima (200/100) infatti, evidentemente preoccupata telefonava ad un medico chiedendo cosa dovesse fare e quindi somministrava una pillola sottolinquale, devo dire che l’infermiera, una trottola correva a destra e a manca e superveloce dava retta a tutti. Finito la visita e la registrazione, a mia madre viene attribuito il codice verde e gli viene messo un bel braccialetto di cartoncino colorato, naturalmente verde, al polso e quindi gentilmente veniamo invitati ad accomodarci nuovamente nella saletta d’attesa. Tornato in saletta constato che il papà con il ragazzino, anche loro codice verde, sono ancora lì, quindi dico a mia madre, ancora in leggero stato confusionale, mettiti tranquilla che ne abbiamo da attendere.

Venerdì 20 febbraio 2015 ore 20,40, presa in carico

Si nel referto è scritto “presa in carico”, evito di commentare su questo termine di facile ironia,  viene finalmente esaminata, medicata e cucita, in sala tre persone tutti medici credo, gentilissimi e molto professionali si sono prodigati in maniera eccellente, mettendo a suo agio da subito mia madre confortandola ed incoraggiandola. Bravissimi.

Fatto prelievo per verificare i valori ematici e subito avviata a fare la tac, anche se sembrava che non ci fossero sedie a rotelle disponibili la dottoressa invitava l’infermiere a darsi da fare per trovarne una, fatto. Subito dopo eseguita la prima Tac.

Dopo veniamo invitati ad aspettare in sala di attesa, quale fosse la sala di attesa non sono riuscito a capirlo, c’erano diverse sale con tanti pazienti sistemati su lettini che più che lettini mi sembravano lettighe con attorno un mugolo di parenti.

Non ricordo quanto tempo sia passato, ho visto tanti pazienti entrare nelle due sale dove c’erano i medici, era tutto un via vai di infermieri e inservienti che si prodigavano chi a pulire chi a soccorrere i pazienti nelle varie sale e chi a prendere e a portare i referti, tutto il personale veramente super attivi, ammirevoli.

Finalmente arriva il nostro turno il medico ci riferisce che dobbiamo rimanere in quanto il risultato della tac non è chiaro, fa recuperare una barella da un’altro reparto velocemente e fanno accomodare mia madre in una saletta adiacente la sala visita, si deve ripetere la tac tra qualche ora

Sabato 21 febbraio 2015 ore 2,55, seconda tac

Fatta, aspettiamo il referto

Sabato 21 febbraio 2015 ore 3,10, chiusura pratica

La gentilissima dottoressa di turno, ci comunica che non c’è niente di preoccupante e che finalmente possiamo andare a casa, naturalmente prescrive i farmaci e ci impartisce le raccomandazioni del caso, ringraziamo e mia madre, riconoscente, saluta affettuosamente la dottoressa. È vai, avventura è finita, sperando che non ci siano complicazioni.

A voi lettori le dovute considerazioni e deduzioni del caso.

Caro Crocetta, cara Borsellino, cara Lorenzin e caro Renzi

vi lancio un invito, venite a passare qualche oretta in un pronto soccorso, naturalmente in incognito e non come politico o come semplice paziente o come semplice accompagnatore, così vi rendereste conto di come le nostre strutture sono ridotte al lumicino.

Non oso pensare se c’è il ricovero come va a finire, mamma mia, mi sento male al solo pensiero, anzi no sto benissimo, grazie non c’è bisogno di ricovero, che il buon Dio mi preservi!

Pippo Carollo

P.s. Nella parete della sala di aspetto c’erano affissi “I diritti e i doveri del malato”, nei diritti l’art. 1 recitava “il paziente ha diritto di essere assistito e curato con premura ed attenzione, …”

Dopo l’esperienza vissuta “NO COMMENT”.

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