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Lazio, il Pd mischia le carte: Zingaretti per il dopo Polverini

Primarie, candidature, proposte, rumors. Nel centrosinistra romano, che ormai risponde al nome del Partito Democratico, sono giorni di fuoco e di scommesse. Ieri pomeriggio Nicola Zingaretti, 43 anni, romano, attuale presidente della Provincia e fino a mercoledì pezzo forte delle primarie per il ruolo di candidato a Sindaco, ha risposto positivamente alla proposta del segretario laziale del partito, Enrico Gasbarra, che lo indicava come nome opportuno per la successione di Renata Polverini alla Pisana, sede del governo della Regione Lazio.

Nicola Zingaretti

In una conferenza stampa organizzata in tutta fretta all’Aran Hotel, Zingaretti ha detto che “non si può perdere altro tempo” e bisogna “lavorare duro affinché si possa tornare orgogliosi di vivere nel Lazio”. Ha promesso “rigore e sobrietà a cominciare da me e dai miei collaboratori” e ha promesso “tagli a enti, sottoenti e consulenze”. Insomma, una vera e propria dichiarazione di guerra allo schifo messo in atto per due anni – minimo – dal consiglio regionale del Lazio appena sciolto. Sulla candidatura di Zingaretti – che si è detto disposto a fare le primarie – commenti positivi dall’Italia dei Valori, freddo Lorenzo Cesa dell’Udc (“Non parliamo di candidati, a noi interessano prima i programmi”), entusiasta la Cgil, mentre a Unindustria non importa il nome, purché “si faccia in fretta”. Il Pdl, sentitosi toccato dai contenuti dell’intervento di Zingaretti, ha risposto piccato: “Il presidente della Provincia non si atteggi a paladino, anche lui ha parecchie cose da spiegare”.

Ma adesso si spalanca il discorso relativo al Campidoglio. Se fino a 48 ore fa Nicola Zingaretti era l’unica certezza – nonostante l’assessore al Turismo della Provincia, la democratica Patrizia Prestipino, lo avesse apertamente sfidato – , adesso è venuta a mancare. Il tempo per il Pd c’è, anche perché il centrodestra non ha meno problemi: Gianni Alemanno, attuale primo cittadino, non è considerato più credibile nemmeno dai suoi colleghi di partito. Giorgia Meloni, 35 anni, ex Ministro della Gioventù ed x Alleanza Nazionale, è il nome più papabile ma non sicuro.

Al Pd, quindi, basterebbe contrapporre una figura il più giovane possibile, espressione del partito, magari una donna per rompere una tradizione infinita di uomini e magari che non abbia ricoperto cariche politiche “compromettenti” nell’ultimo periodo, sporcando la propria immagine nei confronti degli elettori. E invece no. Pierluigi Bersani, segretario nazionale del Pd, già da oggi potrebbe attaccarsi al telefono per convincere Andrea Riccardi, 62 anni, ordinario di Storia Contemporanea a Roma Tre, fondatore nel 1968 della potentissima Comunità di Sant’Egidio e dal 16 novembre 2011 Ministro senza portafoglio per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo del Governo Monti. Un laico molto ben addentrato nell’associazionismo cattolico, ben visto dal Vaticano e anche dall’Udc di Pier Ferdinando Casini.

E sì, perché il Pd che stenta a farsi amico il politico bolognese a livello nazionale (colpa degli ammiccamenti a Nichi Vendola), vuole rimediare almeno a Roma. E così, con la “scusa” dell’emergenza, prende due piccioni con una fava: evitare una candidatura debole in Regione (l’ex Tg1 ed eurodeputato David Sassoli non era proprio il massimo) e guadagnarsi un bel pacco di voti cattolici sulla capitale. Peccato che a gran parte degli elettori del Pd, partito che conta quasi 1 milione di tesserati, tutte queste moine a Casini e al Vaticano non piacciano affatto. Presentare un montiano ad aprile, considerando che la prospettiva di un Monti-bis nel 2013 non piace per nulla a 35 elettori su 100 (fonte Ipsos, 2 ottobre), non sembra una mossa azzeccatissima.

Ma d’altronde ai democratici non è mai piaciuto fare le cose semplici, oppure non è mai piaciuto semplicemente vincere: nel 2008 decisero di riproporre Francesco Rutelli nella corsa al Comune, in barba alla voglia di rinnovamento della gente, consegnando Roma – seppur al ballottaggio – al centrodestra. E nel 2010 a gennaio, in ampio ritardo rispetto a quanto fatto dagli avversari, Bersani si affrettò a designare la radicale (e piemontese) Emma Bonino per la corsa alla Regione. Una scelta che, due anni fa, fece scappare l’Udc e alcuni illustri membri del Pd, troppo teodem per accettare un’anti-clericale al potere. Concita De Gregorio, allora direttore de L’Unità, raccolse una clamorosa (?) rivelazione da parte di un alto dirigente Pd: “Stavolta del Lazio non c’importa, vogliamo perdere – avrebbe detto costui – perché Renata Polverini è sponsorizzata da Fini e se vince, Fini si rafforza. E finalmente molla Berlusconi”.

                                                                                                                                                Valerio Valeri

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