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L’Avvocato del Martedì_ LAVORO: LA SOTTILE LINEA TRA MOBBING E STALKING OCCUPAZIONALE

L'avvocato del martedì
             Avvocato Francesca Paola Quartararo

 (di F. P. QUARTARARO) Eccoci, al nostro appuntamento settimanale con L’AVVOCATO DEL MARTEDI’

Nel mondo del lavoro può succedere è come in effetti accade che, la persecuzione di un dipendente da parte di un superiore gerarchico può andare ben oltre il mobbing e, in alcuni caso, è idonea a trasformarsi in stalking occupazionale.

Quali sono i presupposti per il mobbing e lo stalking occupazionale? Quando il mobbing si trasforma in stalking occupazionale?

I presupposti necessari affinché si configuri il fenomeno “mobbing”, come recentemente ribadito dalla Suprema Corte di Cassazione con sentenza n. 2142/2017 sono:

  1. Una molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che con intento vessatorio siano posti in essere contro la vittima;
  2. L’evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente;
  3. Il nesso eziologico tra le descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità;
  4. L’elemento soggettivo, cioè l’intento persecutorio dei comportamenti lesivi.

La differenza principale tra la figura del mobbing e lo stalking, è data dall’aggressore – stalker – pone in essere la condotta persecutoria nell’ambito della vita privata della vittima, mentre nel mobbing l’aggressore si muove all’interno dell’ambiente di lavoro.

Lo “stalking” inoltre a differenza del mobbing è stato riconosciuto reato dal D.L. n. 11/2009 convertito in legge n. 38/2009 che ha introdotto nel nostro ordinamento il reato di “atti persecutori£ con l’art. 612 bis c.p.

Si commette reato di stalking quando si pongono in essere, in maniera ripetitiva, comportamenti invadenti, di intromissione e si minaccia costantemente la vittima con telefonate, messaggi, appostamenti e pedinamenti. Tali comportamenti arrecano alla vittima un grave stato di timore per la propria salute e sicurezza o per quella di un’altra persona a lei vicina, tanto da indurla a modificare il proprio stile di vita quotidiana.

Con riferimento al teme “lavoro”, lo stalking occupazionale che è quello in cui l’effettiva attività persecutoria si esercita nella vita privata ma la motivazione proviene dall’ambito lavorativo.

In tale caso, può succedere che l’autore del mobbing decida di completare il suo lavoro persecutorio avviato in azienda, perseguitando la vittima anche in privato onde indurla con maggiore forza a dimettersi, può altresì succedere che lo stalking occupazionale si verifichi perché il mobbing non ha sortito l’effetto sperato dall’aggressore. Lo stalking occupazionale può derivare da una situazione conflittuale sul posto di lavoro che praticamente non si è manifestata, ma è rimasta a livello di intenzione o desiderio. Si pensi al dipendente che volendo porre in essere mobbing verticale sceglie strategicamente di non agire sul luogo di lavoro perché teme di essere licenziato, intensificando la sua attività persecutoria subito dopo il licenziamento. In altri casi, invece, vi è già in atto una condotta di mobbing o di altro conflitto lavorativo (come lo straining) e lo stalking occupazionale viene ad inserirsi come una sorta di completamento che si svolge o in parallelo o successivamente alla persecuzione già in atto. Nel primo caso lo stalking occupazionale viene attuato come una strategia aggiuntiva al mobbing, ad esempio per costringere con maggior forza la vittima alle dimissioni o a rinunciare ad un proprio diritto; e l’attività persecutoria si consuma nella vita privata (se si consumasse nell’ambiente di lavoro sarebbe mobbing). Nel secondo caso, invece, è posto in essere dopo che una strategia di mobbing si è esaurita o si è rivelata inefficace, e ciò si verifica essenzialmente in quei casi in cui un mobber, non essendo riuscito per qualche ragione a raggiungere i risultati sperati ai danni della vittima, decide di continuare la sua azione al di fuori dell’ambiente lavorativo. Si tratta comunque di tutti casi in cui il conflitto, sorto durante il lavoro, viene portato fuori dall’ambiente lavorativo.

Quali sono le tutele per la vittima che subisce molestie sul  posto di lavoro?

Innanzitutto distinguere il mobbing e stalking occupazionale. Quest’ultimo è riconosciuto come reato all’art. 612 bis c.p. in presenza di comportamenti reiterati, prevede quale pena base la reclusione da sei mesi a cinque anni; il delitto è punito a querela della persona offesa e il termine per proporla è di sei mesi. Diversamente dallo stalking non esiste il reato di mobbing. In tal caso il giudice  in ambito penale, può essere chiamato a pronunziarsi su eventuali figure di reato in cui il mobbing si è manifestato, quali molestie sessuali, diffamazione, ingiuria e violenza privata.

In ambito civilistico la vittima di abusi di mobbing potrà richiedere il risarcimento del danno subito. Difatti le norme poste a tutela della vittima nel caso in cui dovesse subire molestie o altri turbamenti continui e persistenti in ambito lavorativo, di cui l’art. 2087 c.c. in combinato disposto con l’art. 2043 c.c. che evidenziano una responsabilità contrattuale in caso di mobbing (verticale o orizzontale) poiché dietro eventuali atteggiamenti vessatori posto in essere da colleghi vi è spesso un datore che vede, tollera e non tutela. Ragion per cui il soggetto interessato dovrà fornire la prova degli atteggiamenti vessatori reiterati nei suoi confronti (con evidente intento persecutorio) nonché dei danni subiti e del nesso causale.

Se hai qualche dubbio o perplessità sulla questione, l’Avvocato Francesca Paola Quartararo, sarà pronta a risponderVi,  scriveteci nella sezione contatti del sito web: www.avvocatoquartararo.eu

 

 

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