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L’Avvocato del Martedì: Le misure di prevenzione patrimoniale antimafia: PREVENGONO REALMENTE?

Avvocato Francesca Paola Quartararo
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(di F.P. Quartararo) Eccoci al nostro appuntamento settimanale con L’Avvocato del Martedì.

Molto spesso si è parlato di Misure di Prevenzione o di Sequestri Preventivi, in virtù anche dei recenti casi di cronaca che hanno investito la sezione dedicata del Tribunale di Palermo.

Ma oggi non parleremo delle vicende giudiziarie, già ampiamente dibattute e sciorinate, ma dei profili giuridici ed applicativi delle normative che hanno contraddistinto la lotta alle criminalità organizzate.

Cosa sono le misure di prevenzione patrimoniali antimafia?

Le misure di prevenzione sono provvedimenti speciali-preventivi diretti ad evitare la commissione di reati da parte di determinate categorie di soggetti considerate socialmente pericolose. Principale caratteristica è la loro applicazione indipendentemente dalla commissione di un precedente reato. Si distinguono infatti dalle misure di sicurezza le quali vengono invece applicate ai soggetti socialmente pericolosi che abbiano già commesso un reato.

Negli ultimi anni gli interventi diretti a contrastare le organizzazioni criminali si sono spesso concentrati sul potenziamento degli strumenti di “aggressione” ai patrimoni illecitamente accumulati, in particolare attraverso le misure di prevenzione.

La svolta legislativa è rappresentata dalla legge n. 646/1982 recante Disposizioni in materia di misure di prevenzione di carattere patrimoniale, nota anche come “legge Rognoni – La Torre“.

Con questa legge si introducono elementi fondamentali che definiscono il cambiamento di strategia nel contrastare la criminalità organizzata, modificando sostanzialmente la fisionomia della legge sulle misure di prevenzione. In seguito all’emanazione di tale legge veniva introdotto nel l’art. 416 bis c.p., che, per la prima volta nell’esperienza giuridica nazionale, sanzionava l’associazione di tipo mafioso cui riconosceva autonoma rilevanza penale. Da questo momento in poi, la mafia viene inquadrata nell’ordinamento come un’associazione, e finalmente non si perseguono più le singole persone o i singoli fatti delittuosi.

Altro grande cambiamento previsto dalla Rognoni – La Torre” è l’introduzione, accanto alle misure di prevenzione personali, di quelle a carattere patrimoniale. Si introduce lo strumento giuridico del sequestro e della confisca dei beni dei quali non sia stata dimostrata la legittima provenienza rinvenuti nella disponibilità diretta o indiretta dell’indiziato sottraendoli alla disponibilità di tali soggetti ritenuti “appartenenti alle mafie”, incluse le disponibilità di denaro liquido fino ad amputare e demolire drasticamente la forza economica.

Con la legge del ‘82 si introdusse uno strumento giuridico tale da poterlo definire di “Distruzione di Massa”, poiché a seguito di opportune indagini patrimoniali e bancarie di aziende e/o società individuate “ah doc”, dal momento in cui emergevano incongruenze tra quanto posseduto e quanto dichiarato e ciò fosse frutto di illecita provenienza, si procedeva senza ulteriore indugio con il provvedimento di sequestro preventivo. Nel corso dei primi anni di applicazione della legge sui patrimoni mafiosi, venne alla luce che tale strumento fosse assai efficace, ma si avvertì anche l’esigenza di trovare e garantire una qualche forma di destinazione a tutti questi beni e patrimoni confiscati. In questo contesto occorre leggere l’emanazione del D.L. 14 giugno 1989, n. 230 recante le Disposizioni urgenti per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575, che costituisce un primo tentativo per garantire la proficua gestione e destinazione dei beni confiscati. Nel 1992 con il D.L. n. 306 (convertito con la legge 356/1992), recante Modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa, il legislatore introduce, all’art. 12 sexies, una nuova tipologia di confisca che affianca quella penale e quella di prevenzione. Si prevede, infatti, che nei casi di condanna o di “patteggiamento” ex art. 444 c.p.p. per determinati reati, tra cui l’associazione di tipo mafioso, è sempre disposta la confisca del denaro, dei beni e delle altre utilità di cui il condannato non può giustificare la provenienza, e di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, risulta essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al proprio reddito o alla propria attività economica. Lo stesso articolo (comma 4 bis) prevede che anche a questi casi di confisca, si applichino le disposizioni in materia di gestione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati previste dalla legge 31 maggio 1965 n. 575 e successive modificazioni. A tale legge furono aggiunti gli articoli dal 2 nonies al 2 duodecies, con essi si realizza una importante riforma, che prevede, oltre ad uno snellimento della procedura di assegnazione, anche il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle mafie.

Ultime due tappe di questo iter legislativo sono l’approvazione dei cosiddetti “pacchetti sicurezza” del 2008 e del 2009. Il D.L. 92/2008 (convertito con la legge n. 125/2008), recante Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica, prevede l’applicabilità delle misure di prevenzione patrimoniale anche ai soggetti ex art. 51 comma 3 bis c.p.p., ed abroga l’art. 14 della legge 55/90. Inoltre, è prevista la competenza del direttore della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) a richiedere l’applicazione delle misure di prevenzione; è introdotto l’importante principio per cui le misure di prevenzione personali e patrimoniali possono essere richieste ed applicate in modo disgiunto; è prevista la possibilità, là dove ne ricorrono i presupposti, di disporre il sequestro e la confisca per equivalente ed infine la possibilità di disporre le misure patrimoniali anche in caso di morte del preposto.

L’ultimo intervento si è avuto con la legge 15 luglio 2009 n. 94, recante Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, con la quale il legislatore ha tentato di migliorare il funzionamento delle misure preventive patrimoniali, ed ha provato a risolvere alcune asimmetrie derivanti dalla legge 125/2008. In particolare, si è cercato di superare alcuni dubbi interpretativi che gli operatori avevano lamentato circa la possibilità di applicare le misure patrimoniali disgiuntamente da quelle personali. Inoltre, si è cercato di risolvere il groviglio di inefficienze e ritardi che affliggono la gestione e l’assegnazione dei patrimoni confiscati alle organizzazioni mafiose, provando ad innescare una procedura più celere e snella.

Come funziona il procedimento di prevenzione patrimoniale?

Le misure patrimoniali (sequestro e confisca) possono essere proposte dal procuratore della repubblica del distretto, dal questore o dal direttore della DIA competente per territorio. A seguito di indagini patrimoniali, indipendentemente quindi dall’applicazione di una misura di prevenzione personale, possono essere predisposti:

  • il sequestrodei beni dei quali la persona nei cui confronti è iniziato il procedimento risulta poter disporre, direttamente o indirettamente, quando il loro valore risulta sproporzionato al reddito dichiarato o all’attività economica svolta ovvero quando si ha motivo di ritenere che gli stessi siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego;
  • la confiscadei beni sequestrati di cui la persona nei cui confronti è instaurato il procedimento non possa giustificare la legittima provenienza e di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, risulti essere titolare o avere la disponibilità in valore sproporzionato al proprio reddito, nonché dei beni che risultino essere frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego, anche per equivalente.

Il procedimento applicativo prevede l’intervento in tribunale dei terzi proprietari o comproprietari dei beni sequestrati. Eseguito il sequestro, l’ufficiale giudiziario immette nel possesso dei beni l’amministratore giudiziario nominato dal tribunale, il quale a sua volta si avvale di collaboratori esterni detti “coadiutori”.

Da questo momento in poi il proposto sarà spogliato di tutti i beni mobili ed immobili, società e partecipazione a lui afferenti.

La parte più delicata del provvedimento di sequestro ha inizio proprio nella fase successiva all’apprensione dei beni, poiché si tratta di una misura preventiva, che ha come presupposto “la presuntiva provenienza di beni da proventi di reato” per cui l’Amministrazione Giudiziaria nel caso specifico, del sequestro di aziende e/o società si dovrà preoccupare di gestire correttamente quanto sequestrato, aumentandone del caso il valore, salvaguardando i lavoratori dipendenti che il più delle volte nulla entrano negli affari del proposto.

La gestione di tali aziende e/o società è posta in stretta collaborazione con la sezione del Tribunale che ha disposto il provvedimento, poiché sarà il Giudice Delegato ad autorizzare l’Amministratore Giudiziario in tutte quelle attività che valichino i limiti della “Straordinaria Amministrazione”.

A questo procedimento così articolato ed apparentemente efficace, necessitano delle domande: l’Amministratore Giudiziario che pone in essere l’immissione in possesso dei cespiti aziendali ha davvero le competenze per gestire una società? Esiste un albo di esperti in gestione aziendale con precedenti esperienze?

La risposta purtroppo a queste domande è NO, non esiste un albo di specializzati in gestione aziendale ma esiste un albo di professionisti che per il sol fatto di essere Avvocati e/o Commercialisti si ritengono specialisti di gestione in materia aziendale, quanto in realtà non sanno distinguere una gestione di azienda commerciale o agricola!

I fatti recenti dimostrano che numerose misure di prevenzione patrimoniali, per fortuna non tutte, vedono la propria rovina proprio dal momento dell’immissione in possesso da parte dell’Amministrazione Giudiziaria.

Le ragioni di tali insuccessi manageriali sono varie e disparate:

– l’incompetenza dell’amministratore giudiziario che ha visto una società e/o azienda solo dal libro il “Campobasso” ai tempi universitari;

– eccessivo numero di coadiutori che diventano un costo eccessivo per le società e/o aziende, portando ad un indebitamento e gravando successivamente sull’Erario;

– la mancata conoscenza  dei mercati nei quali si opera;

– eccessivi rallentamenti all’interno della sezione del Tribunale, quando invece una società e/o azienda necessita di decisioni e scelte repentine.

Quali sono le probabilità affinché il “proposto”  possa ottenere il dissequestro dei beni cautelativamente sequestrati?

Casi recenti hanno portato alla luce numerosi errori giudiziari di sequestri eccellenti, errori anche di natura squisitamente formali concernenti il mero provvedimento di sequestro, spesso dovute ad operazioni d’indagini preliminari basate su indizi fallaci e superficiali, infatti, non a caso circa il 50 % delle misure applicate torna indietro al proposto, con la sventurata ipotesi che lo stato economico delle società e/o azienda non sarà mai come quello che avevano al momento in cui si è proceduto all’immissione. Si parla di aziende spesso leader nei loro settori che vengono quasi smantellate e vivisezionate a favore dei competitor che potendo operare più agilmente prendono il sopravento.

La materia analizzata è estremamente articolata ed ogni casistica ha le sue peculiarità, per cui chiunque volesse approfondirne gli aspetti della questione può scrivere nella sezione contatti del sito web: www.avvocatoquartararo.eu

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Francesca Paola Quartararo

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