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La madre che uccide la figlia L’amara storia dell’ARAS (Associazione regionale allevatori Sicilia)

(riceviamo e pubblichiamo integramente)

La madre che uccide la figlia

L’amara storia dell’ARAS (Associazione regionale allevatori Sicilia

Cinque mesi fa il Tribunale di Palermo dichiara fallito un ente, l’ARAS, che per circa 70 anni è stato al servizio degli allevatori, attivandosi per una politica tecnica ed economica attraverso il miglioramento genetico degli animali allevati in Sicilia e quindi anche per salvaguardare il reddito degli imprenditori zootecnici. L’Associazione allevatori è un ente riconosciuto giuridicamente dalla Regione che ne ha sempre sostenuto l’attività per il 90% dei costi, lasciando il resto a carico degli associati i quali hanno recuperato la loro parte attraverso i premi di miglioramento genetico.

Questa struttura è stata sempre al servizio di tutti gli allevatori e di tutte le organizzazioni di categoria, ma negli ultimi decenni la Coldiretti siciliana è stata pressantemente vicina all’ARAS, imponendole i propri uomini alla guida amministrativa non sempre sobria e parsimoniosa.

Ciò è avvenuto grazie al fatto che l’ARAS è associata all’AIA (Associazione Italiana Allevatori), da tempo satellite della Coldiretti nazionale. Da qui l’equazione “AIA = Coldiretti”. Le due organizzazioni si arrogano il diritto esclusivo di comandare sulla sorte della zootecnia siciliana senza essere in grado di prendere decisioni importanti per il settore e per la salvaguardia dei lavoratori ARAS. In pratica, hanno fallito su tutti i fronti, godendo, per giunta, della fiducia dell’assessore regionale all’Agricoltura Cracolici.

Le evoluzioni e anche le assunzioni di personale all’ARAS sono avvenute, discrezionalmente, sotto l’egida di deputati e amministratori regionali e considerate “di diritto” per via dei finanziamenti annuali erogati a sostegno di un servizio pubblico. Come dire? La Regione si è servita per decenni anche di una modesta valvola occupazionale per rafforzare il proprio potere politico.

La Coldiretti funge da madrina e il battesimo si compie in pieno sacramento fino a quello della morte. Infatti, ad un certo punto, nel 2009, non è più piaciuto a mamma AIA il presidente “spendi & spandi” dell’ARAS, anche perché i sostenitori politici siciliani erano caduti in bassa fortuna. Dunque, con atto d’imperio, azzera il consiglio direttivo di marca Coldiretti della “figlia”, che viene commissariata.

Chi si presta al chiaro compito di risollevarla? Chiarelli Alessandro (allora presidente provinciale Coldiretti), fino a quel momento anonimo ma ambizioso quanto rude e autoritario allevatore di pecore, che credeva di usare il bastone con i dipendenti alla stregua dei suoi poveri animali. I media portano subito alle stelle il personaggio che si dota di auto di rappresentanza, di lauto gettone e di altri privilegi.

Ma questo commissario non riesce a rimettere nei giusti binari l’amministrazione dell’ente e, dopo alcuni anni, si dimette per fare il salto alla presidenza regionale della Coldiretti. Arrivano in ARAS altri quattro commissari dell’AIA ben pagati: due inviati da Roma e due da Palermo. Ancora nessun risultato. Passano ancora altri anni, vanno via i “quattro moschettieri” e ne arriva un altro da Roma, l’avvocato Giorgio Biserni.

Fa cilecca anche lui, sembra un pupo tra i fili di più manovratori. Ma il libero professionista è pagato per fare il “parafulmine” mentre il suo committente nemmeno si degnava di scendere in Sicilia per battere i pugni al tavolo della Regione ed evitare l’eccidio. Intanto, in assenza di un Consiglio direttivo all’ARAS, l’Assessorato regionale all’Agricoltura non eroga i fondi messi in bilancio per un ente da esso stesso assistito che non può stare in piedi senza retribuire i lavoratori.

Per tanto tempo, infatti, stanno senza stipendio i dipendenti, tra cui anche i tecnici di campagna, il motore dell’Associazione, che giornalmente anticipano le spese automobilistiche per recarsi a lavorare negli allevamenti sottoposti alla selezione del bestiame.

Eppure l’ARAS in sofferenza vanta un credito di circa 5 milioni di euro nei confronti della Regione, ma viene dichiarata fallita dal Tribunale dopo che sei dipendenti presentano l’istanza di fallimento. I 130 lavoratori vengono ingiustamente licenziati e da 5 mesi nessun’altra istituzione assicura i servizi per la zootecnia siciliana.

Oggi i curatori fallimentari stanno provvedendo alla sepoltura dell’ARAS uccisa dall’AIA e dalla Regione, i dipendenti attendono ancora gli stipendi arretrati e stanno adoperandosi una adeguata soluzione con i sindacati per essere ripresi in servizio. Potrebbero essere assorbiti dall’Istituto Zootecnico Regionale che per statuto è l’unico abilitato a continuare l’attività interrotta con personale già qualificato in tal senso perché ha già svolto tale attività per l’ARAS. Questo salvo la ricusazione di giudici e curatori per atti non dovuti e relativa resurrezione dell’Associazione allevatori.

La mamma santissima AIA, intanto, trascura la propria zoppia per aver perso il piede, cioè la Sicilia, un pezzo importante del sistema allevatoriale italiano. Intanto si trascina giù, inviando il suo direttore generale Macchè… Lacchè, pardon Maddè Roberto, a fare riunioni con gli allevatori e con la CGIL che ce la sta mettendo tutta. Il direttore dell’AIA propone di riassumere soltanto una trentina di dipendenti, non si sa a quale titolo e con quale criterio.

Lacrime di coccodrillo a mamma AIA non ne scendono per la figlia uccisa dai suoi commissari; lei sta bene, a Roma capitale, dove vegetano Ministero e misteri e dove è permesso questo ed altro. La Coldiretti non si espone ma controlla la situazione sbirciando sotto il cappuccio nero del potere. Intanto gli allevatori subiscono danni commerciali e produttivi in attesa di un servizio che non arriva.

Siamo in Sicilia e le comunicazioni sono difficili, hanno il piede spezzato da uno Stretto budello che soffoca la buona circolazione. Si sbrighino, lor signori, prima che l’intera gamba vada in cancrena!

Ignazio Maiorana

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