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La grande famiglia degli europarlamentari italiani

La grande famiglia della politica italiana ha un cuore enorme. E non perde occasione per dimostrare la sua generosità. In patria ma anche all’estero. Una munificenza consentita anche dai 21.209 euro che mensilmente Strasburgo mette a disposizione di ogni europarlamentare per pagare i collaboratori. Una somma pensata per assicurare a tutti il meglio in circolazione.

Eppure, passando in rassegna i 210 portaborse scelti dai nostri 73 europarlamentari – fra gli accreditati e quelli locali – emerge un quadro fatto di cognomi eccellenti, politici rimasti senza scranno, burocrati di partito da sistemare e perfino amici di vecchia data. Tutto assolutamente lecito, trattandosi di un rapporto fiduciario. Ma al tempo stesso, senza entrare nel merito delle singole valutazioni, una circostanza che pare confermare come il contratto stipulato nel 2004 dal leghista Francesco Speroni col primogenito del Senatùr, Riccardo Bossi – che tanto scandalo destò – non fosse un fenomeno così isolato.

MI MANDA PAPÀ
“La famiglia al primo posto” è un mantra per i politici italiani. E Alessandra Mussolini non fa eccezione: nel suo staff figura Marco Cavarischi, fidanzato 19enne della sua primogenita Caterina Floriani. Un lavoro di fiducia per il genero che verrà, insomma. Il quale nel frattempo si è già distinto su Facebook per la convinta difesa del “suocero” Mauro Floriani durante lo scandalo sulle baby squillo dei Parioli.

«Embè? Mica è vietato, non è un parente» si affretta a sottolineare la Mussolini non appena l’Espresso le chiede lumi sulla decisione. «E comunque collaborava con me già da prima che diventassi europarlamentare». Quanto alle mansioni di cui il giovane si occupa, l’esponente di Forza Italia non va oltre un laconico “rapporti col territorio”.

E se la legge vieta di assumere i parenti, nulla vieta di farlo con quelli altrui. Quando è arrivato a Strasburgo, forte di oltre 57 mila preferenze, il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa non ha avuto dubbi nella ricerca di un valido collaboratore: la scelta è ricaduta su Benedetta Buttiglione, figlia del più celebre Rocco. A volerla con sé a Strasburgo, nel 2009, era stato Magdi Cristiano Allam, anche lui eletto con l’Unione di centro . D’altronde l’imprinting familiare è evidente: nel suo blog , ormai abbandonato, la Buttiglione junior si definisce “fan della famiglia tradizionale” e impegnata nella difesa di valori non negoziabili come il no all’aborto, ai matrimoni gay e all’eutanasia. Tutta suo padre.

Nello staff del forzista Fulvio Martusciello c’è Laura Fasolino, figlia del defunto Marcello, vulcanico imprenditore partenopeo attivo nell’edilizia e nell’energia, che nel 2001 – ai tempi in cui era candidato sindaco a Napoli – sostenne Antonio Martusciello, fratello di Fulvio.

I SENZA SCRANNO
Non mancano gli europarlamentari che si sono impegnati a trovare una collocazione a colleghi di partito rimasti senza incarico. Il forzista Salvatore Cicu ha preso come collaboratore l’ex deputato Pippo Fallica, che lo scorso anno si era candidato alle politiche senza successo con Grande Sud («Siamo stati compagni di banco a Montecitorio per 12 anni» sottolinea il diretto interessato). Il motivo? Forte in Sardegna ma assai debole in Sicilia, in campagna elettorale i due hanno stretto un accordo. Risultato: quasi 13 mila preferenze in Sicilia, metà dei quali fra Palermo e provincia, feudo di Fallica. Voti decisivi, visto che Cicu è entrato a Strasburgo per il rotto della cuffia: appena 700 voti in più di Gianfranco Miccichè, rimasto fuori dalla porta. E adesso, per l’ex onorevole, un contrattino anche come forma di riconoscenza.

L’ex commissario Antonio Tajani ha deciso di fare affidamento sull’ex consigliere regionale del Lazio Francesco Battistoni, che – da capogruppo Pdl – con le sue denunce fece esplodere nell’estate 2012 il caso Fiorito. Candidato alla Camera, nemmeno lui era riuscito a varcare la soglia di Montecitorio. Col leghista Mario Borghezio c’è invece Filippo Pozzi, in passato assessore all’Ambiente della Provincia di Piacenza.

Non fa eccezione il Movimento cinque stelle, che pure vede come il fumo negli occhi chi viene dagli altri partiti o ha avuto esperienze politiche precedenti: fra i portaborse del grillino Marco Zullo figura Alessandro Corazza, fino allo scorso anno capogruppo dell’Italia dei valori alla Regione Friuli.

Chi fa eccezione, ma al contrario, è Flavio Zanonato, che un incarico l’ha dato a chi un posto ce l’ha già: Andrea Micalizzi, assessore al Verde pubblico ai tempi in cui l’ex ministro era sindaco di Padova. Eppure Micalizzi dovrebbe essere già sufficientemente impegnato: è stato rieletto appena tre mesi fa col Pd ed è vicepresidente del Consiglio comunale. «In realtà l’attività da consigliere è più semplice e forse chi ha un incarico politico svolge anche meglio il compito di collaboratore» assicura lui.

APPARATO DIRIGENTE
Sarà per questo che proprio il Partito democratico, erede della struttura pesante di impronta Pci, pare essersi specializzato nel collocamento dei funzionari. Circostanza che consente fra l’altro di coltivare il rapporto con le federazioni di provenienza e assicurarsi così preferenze alle primarie e in cabina elettorale. Qualche caso? Con Cécile Kyenge c’è l’ex segretario Pd di Modena, Paolo Negro, e con l’iper-renziana Simona Bonafè il coordinatore di zona 1 a Milano, Marco Leonardi. Goffredo Bettini ha scelto Marco Tolli, coordinatore della segreteria a Roma e già candidato senza successo al Campidoglio, Isabella De Monte ha puntato sul segretario dei Giovani democratici di Udine, Rudi Buset, Roberto Gualtieri sul segretario provinciale di Viterbo Andrea Egidi, che già aveva ricevuto il suo endorsement durante la campagna congressuale.

Tutt’altra storia a destra, dove i rapporti più fidati sono quelli che resistono all’usura del tempo. Lo sa bene Giovanni Toti, che nella sua squadra ha voluto l’avvocato Pietro Paolo Giampellegrini, compagno di classe dalle elementari al liceo. Interpellato dal quotidiano livornese Il Tirreno , il legale non ha perso occasione per tessere le lodi del vecchio amico: «Era alto, bello, dai modi pacati, sempre ben vestito, bravo nell’eloquio. Un leader. Già allora si vedeva che sarebbe diventato qualcuno». Più che un collaboratore, una garanzia.

Fonte L’Espresso

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12 commenti

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