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Il racconto di un profugo nordcoreano: “Kim Jong Un non è Dio”

Kim Jong Un, presidente Corea del Nord (foto internet)

Dalla Guerra di Corea ad oggi, la vita in Corea del Nord a quanto pare non ha praticamente più possibilità di definirsi tale. Nel 1998 nasce in Giappone la Lfnkr (Life Funds for North KoreanRefugees), una Ong di Tokyo che aiuta le persone che vogliono fuggire dal regime di Pyongyang; finora sono circa 300 le persone che sono riuscite a scappare dal regime di Kim Jong Un, considerato una vera e propria divinità nel suo paese. Questi profughi sono stati poi “distribuiti” tra Cina, Giappone e Corea del Sud.

Tgcom24 ha raccolto la testimonianza di uno di loro. Il suo nome è Yonjae Oh, ha 38 anni, è un ex pescatore e lavoratore nei campi e oggi vive in Giappone: “Sapevo di non avere libertà, di vivere sotto una dittatura. Mi sentivo soffocare. Era il 2005: ho pagato una guardia di confine e sono fuggito. La prima cosa che ho trovato è stato Dio. Quello vero, non Kim Jong Un“. Queste le prime impressionanti parole che testimoniano come il regime dittatoriale nella Corea del Nordimponga dei divieti allucinanti, tra cui quello di possedere un telefono cellulare. Durante l’intervista Yonjae Oh aggiunge particolari sulla vita nel suo paese natìo.

“In Corea del Nord – racconta – vivono ancora i miei genitori e i miei fratelli. Oggi, dato che in Corea del Nord le famiglie con membri rifugiatisi all’estero sono molte, non vengono più punite. Tuttavia i parenti dei rifugiati sono tenuti costantemente sotto controllo”. Per restare in contatto con i propri cari, che vivono al confine on la Cina, devono far ricorso ad un cellulare illegale; questo è possibile perché nella zona di confine ci sono numerosi contrabbandieri che possiedono dei cellulari e li fanno utilizzare anche ad altre persone.

Oggi Yonjae Oh si sente un uomo libero e in Giappone riesce ad ottenere quello che desidera grazie ai suoi sforzi e al suo lavoro, perché nella Corea del Nord, anche chi lavora non se la passa per nulla bene, tanto più che non tornerebbe mai più nel suo paese perché, racconta “Se tornassi, finirei in un campo di prigionia. Ci sono dei campi per prigionieri politici e i nordcoreani lo sanno. Si può essere deportati in uno di questi campi per qualsiasi tipo di azione contraria al regime. E nei campi non finisce solo chi ha commesso l’azione, ma anche i parenti, fino all’ottavo grado”.

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