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Giornata mondiale degli studenti, l’Italia e la crisi dell’Istruzione

Si dice che il 17 porti sfortuna e con i tempi che corrono, in particolare per l’istruzione, in Italia forse la realtà non si allontana molto dalla superstizione. A parte la facile ironia, sono tempi duri per tutti, anche per gli studenti che ieri, 17 Novembre, hanno festeggiato, seppur con l’amaro in bocca viste le recenti vicende, la giornata internazionale degli studenti.

La data, in cui ricorre l’anniversario degli eccidi nazisti di insegnanti e allievi cecoslovacchi che durante la guerra facevano opposizione alle politiche belligeranti dei tedeschi, è simbolica e viene usata dagli studenti per rivendicare il diritto allo studio e la libertà di esprimersi.

Impossibile non parlare della realtà studentesca del nostro Paese: dopo il boom economico degli anni 50’ e 60’, anni nei quali l’istruzione era aperta a tutti e gli standard italiani erano invidiati da tutto il mondo, qualcuno ha ‘ben pensato’ di cancellare quanto di buono era in grado di proporre la scuola pubblica, andando a modificare, attraverso riforme anche azzardate e spesso (diciamocelo) insensate, l’ordinamento scolastico.

Con il passare degli anni abbiamo assistito, più o meno nell’indifferenza assoluta dei media e nella complicità di un silenzio-assenso di noi cittadini, al dirottamento di investimenti, non solo economici, dalla scuola pubblica a quella privata: a un tratto ci siamo accorti che il sistema che tanto aveva dato all’Italia, in termini finanziari, economici, culturali, nonché a livello di prestigio, non andava più bene.

L’imitazione del tanto decantato sistema scolastico americano, giunto d’oltreoceano, in particolare nel Belpaese, sotto forma di fotocopia sbiadita, ha portato ai disastri di oggi. A parte che sulla bontà del sistema americano ci sarebbe un attimo da discutere, in quanto questo non ricalca l’idea fondamentale della scuola, quella di “essere aperta a tutti”, i danni in Italia sono inquantificabili: l’industria è in declino, incapace di produrre, di innovare e innovarsi. La ricerca è ferma: non ci sono fondi per i ricercatori, che spesso sono costretti ad autofinanziarsi e, ancora più spesso, a lasciare l’Italia. Mentre la Germania e, più in generale il resto dell’Europa, continua a investire sulla scuola pubblica, in Italia si continua a inseguire l’istruzione privata.

Inutile vantarsi di alcune eccellenze nel campo della ricerca o delle scienze: si tratta di casi isolati, piccole élites, dietro le quali c’è invece il deserto, il vuoto assoluto. A che serve avere esponenti italiani alla Nasa, al Cern o altrove, se dietro di loro non c’è nulla?

Internamente all’Italia c’è una differenza enorme tra il settentrione e il meridione. Se il Nord è fermo, il Sud regredisce, lasciandosi avvinghiare e trascinare a fondo da quelli che sono i problemi noti: corruzione, criminalità organizzata, disoccupazione che sfocia spesso in disperazione. Problemi che comunque si sono allargati negli anni fino a investire ampie zone del settentrione.

Oggi gli studenti di tutta Italia scendono in piazza a manifestare, perché non hanno futuro, perché tutto quello che per i loro genitori era legittimo sognare da piccoli loro non lo avranno mai, e indietro ricevono critiche e manganellate. Non che non si voglia condannare tutti quei ragazzi fautori della violenza gratuita, ma frasi come “andate a lavorare” o “andatevene a scuola anziché manifestare”, fanno più male di un pugno allo stomaco.

I governi che si sono succeduti negli ultimi venticinque anni hanno devastato il campo dell’istruzione pubblica: docenti precari da decenni, strutture scolastiche in totale decadenza, a volte addirittura in stato di abbandono, mai in totale sicurezza. Manca il materiale, mancano i sussidi agli studenti, diminuiscono i fondi per le borse di studio, ma aumentano anno dopo anno le tasse d’iscrizione.

I problemi della scuola italiana affondano nel passato, ma distruggono il presente e cancellano il futuro. La soluzione? Colmare il gap tra quelle élites e tutto ciò che c’è alla base, quella base che oggi rappresenta la maggior parte degli studenti italiani, sempre più in difficoltà, sempre più dimenticati e snobbati, ma soprattutto quasi mai compresi.

Tra la fine degli studi e l’ingresso nel mondo del lavoro scorre troppo tempo. Tempo che il governo dovrebbe colmare, accompagnando in un processo di graduale inserimento i giovani che escono dalle scuole e dalle università troppo spesso impreparati, sia economicamente che professionalmente, a dover affrontare un mondo completamente diverso rispetto a quello della scuola: quello del lavoro, intriso di opportunisti e ‘trota’ vari. Di cervelloni che vanno all’estero e cervellini che rimangono e si improvvisano ministri.

E ancora gli stage non pagati, i ‘concorsoni’ della scuola pubblica mentre sparsi qua e là ci sono qualcosa come 230 mila docenti precari, già vincitori di concorso e che attendono il loro turno in graduatoria, figli di politici che acquistano profumatamente titoli di studio che altri sudano per anni.

Impossibile elencare tutte le magagne cui la pessima gestione del sistema scolastico ha spianato la strada. Difficile al momento vedere qualcosa di buono all’orizzonte, sia anche solo una speranza. La sensazione è che lo stato di regressione culturale, economica e politica abbia le carte in regola per durare ancora a lungo, e noi italiani non abbiamo la giusta maturità per cambiare le cose.

Roba da mani nei capelli, da film drammatico. Ma non è un film. Questa è l’Italia, signori. Viva l’Italia.

Paolo Guagliardito

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