Cronaca

Fecondazione assistita, la Corte Europea boccia la legge 40

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Abortire sì, fecondare in vitro no. In Italia esistono due leggi che, volendo essere pignoli, si scontrano più che altro a livello morale. Infatti, se in base alla legge 194 del 1978 è possibile applicare l’interruzione volontaria di gravidanza entro i 90 giorni dal concepimento da parte della donna “che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito” (art. 4), secondo la legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita “il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita è consentito solo quando sia accertata l’impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione ed è comunque circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità inspiegate documentate da atto medico nonché ai casi di sterilità o di infertilità da causa accertata e certificata da atto medico” (Capo II, Articolo 4, Comma 2).

Questo significa che una coppia fertile, ma con uno dei due o entrambi portatori sani di una malattia geneticamente trasmissibile, non può evitare la procreazione di un bambino malato. Con pene che vanno da una super multa di oltre mezzo milione di euro alla detenzione. È il caso di Rosetta Costa e Walter Pavan, portatori sani di fibrosi cistica, genitori di una bambina di sei anni colpita dallo stesso gravissimo male. Due anni fa Rosetta è rimasta di nuovo incinta e con lo screening ha scoperto che il feto avrebbe subito lo stesso destino della sorellina maggiore: ha abortito.

Ora, però, vorrebbero riprovarci ma con la certezza che nasca sano. D’altronde esiste ben il 25% di possibilità che da una coppia di portatori sani di fibrosi cistica nasca un figlio malato. Per escludere tale eventualità, Costa e Pavan vorrebbero accedere alla fecondazione in vitro e si sono rivolti alla Corte di Strasburgo, facendo ricorso contro lo Stato Italiano e appellandosi alla Convenzione Europea sui Diritti Umani.

Hanno vinto, e se nessuno farà ricorso entro 90 giorni, dovranno ricevere un risarcimento morale di 15 mila euro e il rimborso delle spese legali pari a 2 mila 500 euro. Secondo la Corte, infatti, la legge italiana in materia è incoerente e viola il diritto al rispetto della vita familiare e privata della coppia nostrana. Per quale motivo permettere ad una donna di porre fine alla vita di un feto se malato, ma non darle la possibilità di concepirlo sano?

Valerio Valeri

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