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L’Avvocato del Martedì_ DIRITTI E DIGNITA’: Le Carceri un confronto tra libertà ed arbitrio.

 

Avvocato Francesca Paola Quartararo
     Avvocato Francesca Paola Quartararo

(di F.P. QUARTARARO) L’Avvocato del Martedì.

Eccoci, con un appuntamento “straordinario” con l’Avvocato del Martedì.

In Italia sono 65.701 detenuti reclusi (compresi anche quelli in semilibertà) nei 206 istituti di pena del nostro paese, a fronte di una capienza regolamentare di 47,040 posti (secondo le indicazioni Istat). La questione del sovraffollamento, per la quale l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel gennaio scorso, non è però l’unico problema. Per qu

anto sia uno dei più gravi, da anni gli operatori penitenziari, i volontari e tutti coloro che visitano le carceri italiane denunciano la diffusa violazione dei diritti e della dignità delle persone detenute.

Chi sono i detenuti?

I detenuti sono i condannati. I condannati s’intendono coloro che, a seguito di una condanna definitiva, si trovano negli istituti  penitenziari per espiare la pena loro comminata. Si considerano condannati anche coloro per i quali sia stata disposta una misura alternativa alla detenzione (affidamento, detenzione domiciliare …), nonché quelli sottoposti a una sanzione sostitutiva (semidetenzione, libertà controllata, pena pecuniaria, lavoro sostitutivo).

A seconda della pena loro inflitta, i condannati sono distinti in: arrestati, reclusi ed ergastolani. Gli arrestati i detenuti condannati alla pena dell’arresto (da 5 gg. a 3 anni); i reclusi sono i detenuti condannati alla pena della reclusione (da 15 gg. a 24 anni); gli ergastolani, i condannati detenuti alla pena dell’ergastolo.

Il termine “ergastolo” deve il suo nome a luogo fisico nel quale il condannato scontava le condanne classificate nel gergo burocratico carcerario con l’espressione locuzione “fine della pena: mai”. Nell’antica Roma il termine “ergastulum” indicava propriamente un campo di lavoro al quale venivano destinati gli schiavi punti, che praticamente erano destinati a uscirne. La radice greca del nome dalla quale è mediato il termine latino si riferisce proprio al lavoro, in questo caso forzato.

L’ergastolo è una pena detentiva a carattere perpetuo inflitta a chi ha commesso un delitto ed equivale alla reclusione a vita. Nell’anno 2013 una sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo ha affermato “tale pena viola i diritti umani quando la scarcerazione sia espressamente proibita o quando non sia previsto nell’ordinamento che, non oltre i 25 anni di detenzione, il condannato possa chiedere a un organismo indipendente dal governo una revisione della sentenza o un alleggerimento di pena.

Dunque l’ergastolo è nemico della libertà?

Come diceva Khail Gibran  se trovi uno schiavo addormentato, non svegliarlo, forse sta sognando la libertà. Ed io rispondo: se trovi uno schiavo addormentato, sveglialo e parlagli della libertà”.

La nostra costituzione non prevede la pena all’ergastolo, ma dalla legge, il codice penale del 1930 (anteriore alla Carta Costituzionale stessa) definisce esplicitamente l’ergastolo all’art. 22 c.p. “pena perpetua” Il silenzio della Costituzione sull’ergastolo – la cui inflizione non è né prevista, né esplicitamente vietata – non deve esimere da una riflessione sulla sua compatibilità intrinseca con i principi e i valori che l’Assemblea costituente ha inteso proclamare e difendere, a partire dall’inviolabilità della dignità umana fino alla finalità tendenzialmente rieducativa (ossia, risocializzante) delle pene.

Com’ è possibile che uno Stato Costituzionale di diritto, fondato sul rispetto della persona umana e della dignità, l’ordinamento giuridico consenta di comminare una pena qualificata espressamente come “perpetua” ossia fino alla morte, e dunque tale da sopprimere, ogni speranza del condannato di ritornare alla vita sociale? Sarà utopia o arbitrio?

La speranza che si cela dietro “pena di morte nascosta” è espressione della formula “fine pena: mai”, che oggi, con il linguaggio indifferente e spersonalizzante della macchina burocratica, si è trasformata nell’indicazione fine pena: dal 31/12/1999 compare stampata sui fascicoli e sui certificati dei condannati al carcere a vita. Infatti, il trattamento penitenziario deve essere conforme a umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona: la norma recepisce il principio di cui all’art. 27 Cost. Le regole del trattamento non si possono porre in contrasto con il valore della persona come tale e della persona del condannato, non possono essere ammesse metodologie punitive, inumane, degradanti o umilianti per i soggetti reclusi.

Eppur vero che la detenzione, se attuata nel modo previsto dalla legge, può avere un effetto positivo in termini di risocializzazione. In qualche caso si può dire perfino che la pena detentiva può essere, per persone che vivono determinate condizioni di disadattamento e di difficoltà personali e sociali una vera occasione di riscatto e di crescita: si pensi ad esempio ai programmi attuati in carcere o in comunità esterne  per persone affette da dipendenze (droga, alcol ecc…). Forse queste persone non troverebbero facilmente, fuori e lasciate a se stesse, quelle occasioni che il sistema penitenziario può offrire. E’ evidente che, così intesa, la rieducazione non è un risultato garantito, come non lo è mai l’esito di un processo educativo, ma è piuttosto una “scommessa” che fa la società fa con se stessa su un possibile esito, ma mai sicuro. Non è neanche un risultato pienamente accertabile chi può dire con certezza che un certo condannato è stato “recuperato” alla società? Nell’immaginario collettivo, si ritiene che il carcere assicura il contenimento del condannato e quindi rassicura la società circa la sua efficacia di impedimento (relativo, e comunque limitato alla sua durata) della commissione di nuovi reati. Ma di per sé, specie una volta sgomberato il campo delle concezioni puramente riabilitativa della pena, non è affatto detto che la privazione della libertà che si realizza con la carcerazione sia sempre la più adeguata rispetto alla finalità educativa. Anzi, in relazione alle condizioni nelle quali spesso in concreto essa si realizza, si osserva come il carcere possa avere di fatto un effetto criminogeno o comunque non scongiurare, dopo la fine della carcerazione e perfino durante la medesima, la commissione di nuovi reati. Ma, anche senza aver riguardo a effetti di questo genere, collegati a difetti del modo in cui si realizza la detenzione, non v’è dubbio che altri tipi di sanzioni – talvolta quelle pecuniarie, ma soprattutto sanzioni “alternative” come possono essere l’obbligo di “lavori socialmente utili” o altre forme attenuate di limitazione della libertà (detenzione domiciliare, libertà vigilata e simili) – possono essere, oltre che più “giuste”, più efficaci della detenzione carceraria.

La privazione della libertà, in particolare della “Pena Fine Mai” di certo non “impone” di provvedere alla risocializzazione del reo, ma  oggi, quindi del tutto evidente che la pena non possa più essere considerata come un semplice castigo; emblematico in questo senso l’art. 27 della nostra Costituzione in cui è sancito il principio per cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, ma rappresenta il principio anticostituzionale “del mancato senso dell’umanità”.

L’ergastolo, limita la libertà, argina la dignità e declassifica l’uomo in quanto essere umano e nonostante le riforme, l’ergastolo rimane di per sé un concetto che non dovrebbe trovare spazio nel codice penale.

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