Cronaca

Cosa nostra gestiva i porti di Palermo e Termini: sequestro da 30 milioni

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Cinque società ritenute vicine alla mafia gestivano in regime di monopolio le merci e tanti altri servizi all’interno dei porti di Palermo e Termini Imerese: per loro, il tribunale Misure di prevenzione ha disposto il sequestro delle quote e dei beni aziendali. Le partecipazioni e gli impianti colpiti dal provvedimento hanno un valore complessivo di 30 milioni di euro.

Le società in questione sono la “New Port spa”, la “Portitalia srl”, la “Tcp-Terminal Containers Palermo srl” e poi anche la “Compagnia servizi portuali srl” e la “Tutrone società cooperativa arl”.

Il tribunale presieduto da Silvana Saguto ribadisce che “ci sono sufficienti indizi per ritenere che le anzidette società siano nella disponibilità effettiva degli appartenenti all’associazione criminosa denominata Cosa Nostra e che le quote siano intestate solo in modo fittizio ai titolari, che svolgono la mera funzione di operai”.

Le società, secondo gli inquirenti, erano controllate da affiliati o comunque fiancheggiatori di Cosa Nostra: Antonino Spadaro, 57 anni, un suo omonimo di 65 anni, Maurizio Gioè, 54 anni, e Girolamo Buccafusca, 56 anni.

Già dieci anni fa l’allora prefetto di Palermo aveva chiesto conto della presenza di due mafiosi di rango tra le fila della “New Corp”, ma non accadde nulla. Nel 2011 furono emessi provvedimenti di interdizione della Prefettura di Palermo e la “New Corp” aveva ceduto i suoi rami d’azienda a due nuove società, la “Portitalia” e la “Tcp” e aveva continuato a influenzare le attività anche con successive acquisizioni e partecipazioni societarie. Per gli inquirenti, si è trattato di un “restyling” che è servito ad allontanare formalmente alcuni pregiudicati e altre persone legate da parentela a esponenti di Cosa Nostra.

Durante le indagini che hanno portato alla riuscita dell’operazione, sono stati minacciati di morte attraverso una lettera anonima il capo-centro della Dia di Palermo, il colonnello Giuseppe D’Agata, il senatore Giuseppe Lumia e l’inviato del settimanale “L’Espresso” Lirio Abbate.

Francesco Agliata

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