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Corte Costituzionale: le intercettazioni su Napolitano vanno distrutte

Giorgio Napolitano, foto internet

La Corte Costituzionale ha depositato la sentenza n.1/2013 sul conflitto di attribuzione tra poteri sorto tra la Procura di Palermo e il Capo dello Stato riguardante le intercettazioni telefoniche all’interno dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. In essa si legge “Il Presidente della Repubblica deve poter contare sulla riservatezza assoluta delle proprie comunicazioni, non in rapporto ad una specifica funzione, ma per l’efficace esercizio di tutte”, inoltre, “Le intercettazioni oggetto dell’odierno conflitto devono essere distrutte, in ogni caso, sotto il controllo del giudice, non essendo ammissibile, né richiesto dallo stesso ricorrente, che alla distruzione proceda unilateralmente il pubblico ministero”.

A parere di alcuni una sentenza scontata. Il giurista Gustavo Zagrebelsky, in un editoriale di qualche tempo fa ne aveva anticipato l’esito sostenendo che quello tra Napolitano e i PM di Palermo non fosse una contesa ad armi pari in quanto se la Corte avesse dato torto al Presidente, sarebbe stata accusata d’irresponsabilità e cortigianeria.

Il procuratore di Palermo, Francesco Messineo accetta chiaramente la sentenza.“E’ ovvio – dice – che daremo esecuzione alla sentenza della Consulta nei termini enunciati dal dispositivo e invieremo al gip la richiesta di distruzione delle intercettazioni”, aggiungendo che “La distruzione come indicato dalla Corte, avverrà con la massima riservatezza, in un’udienza riservata e sotto il controllo del giudice”. Prova, inoltre a gettare acqua sul fuoco: “Non credo che la sentenza della Corte Costituzionale comporti un rischio per l’equilibrio dei poteri dello Stato”.

“Alcuni passaggi in punto di diritto di questa sentenza mi lasciano perplesso”, è ciò che ritiene Leonardo Agueci, vicario della procura di Palermo. Una sentenza che nonostante tutto rispetta, aggiungendo che “Il Capo dello Stato è punto di riferimento per tutti i magistrati che cercano la verità. Lui stesso ci ha esortato a continuare senza indugi nella difficile opera di contrasto alla mafia”.

Diverso è il pensiero dell’ex procuratore aggiunto, ora leader della lista Rivoluzione civile, Antonio Ingroia: “La Corte conferma il principio dell’assoluto riserbo che deve circondare le comunicazioni del capo dello Stato, principio al quale si è sempre attenuta la Procura di Palermo, e ribadisce altresì che solo il giudice e non il pubblico ministero può distruggere tali intercettazioni, come da sempre sostenuto dalla Procura”. Per Ingroia, la stessa sentenza “apre a un ampliamento delle prerogative del capo dello Stato, mettendo così a rischio l’equilibrio dei poteri dello Stato“.

Marcello Russo

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