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Condannati a due anni? Ma sì, candidiamoli…

La legge è quasi uguale per tutti

Giovedì scorso, con estrema soddisfazione, l’ormai uscente governo guidato da Mario Monti ha varato il decreto legge che sancisce l’incandidabilità di chi ha subìto condanne definitive.  Grande soddisfazione da parte di tutti i membri dell’esecutivo.

Secondo il premier infatti sarebbero state adottate “misure di grande rilevanza per l’economia e la società moderna e per una vita politica trasparente e ordinata”. A bearsi dell’approvazione del decreto è stata anche il ministro della Giustizia,  Paola Severino che sottolinea di come i reati contestati agli incandindabili “siano dei reati che palesemente contrastano con l’interesse alla eleggibilità di soggetti che siano candidabili secondo criteri di trasparenza inerenti alla carica che devono andare a ricoprire”. A concludere la ronda dei soddisfatti ci sono il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri secondo cui la norma si ispira a “criteri oggettivi” e il ministro della Pubblica Amministrazione,  Filippo Patroni Griffi che sostiene come sia “stata fatta la cosa giusta”.

Nella fattispecie il decreto stabilisce l’incandidabilità per chi ha riportato condanne definitive superiori a 2 anni di reclusione per delitti di allarme sociale, quelli contro la pubblica amministrazione e per chi ha avuto pene superiori a 2 anni per delitti non colposi per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a 4 anni.

Quindi chi è stato condannato a due anni, potrà liberamente candidarsi alle prossime elezioni. Un vero colpo di spugna, non c’è che dire. Naturalmente ci si domanderà chi verrà tagliato fuori, fra gli attuali parlamentari, dalla scure di questo severissimo decreto che porterà finalmente a delle liste pulite.

Attualmente l’unico escluso sarebbe Aldo Brancher (Pdl), condannato nel 2011 a due anni per ricettazione e appropriazione indebita, mentre rimangono in dubbio le posizioni di Giuseppe Ciarrapico (Pdl, pluricondannato e attualmente rinviato a giudizio) e Marcello Dell’Utri. Una vera e propria pulizia.

A scagliarsi contro la presunta bontà del decreto, fra i politici, il solo Antonio Di Pietro. “Ancora una volta – ha detto il leader dell’Idv –  il governo Monti si è piegato al ricatto del Pdl e, soprattutto, di Berlusconi che ha dei problemi con la giustizia. Il decreto ha due vulnus: prevede che non si possa entrare in parlamento solo per condanne definitive e la non candidabilità è prevista solo quando la pena è superiore ai due anni, mentre per la maggior parte dei reati, tra rito abbreviato, attenuanti generiche, attenuanti specifiche e sconti di pena – ha concluso – non si arriva quasi mai a due anni”.

Onestamente a dirla tutta, più che un decreto liste pulite, dovremmo chiamarlo “decreto fumo negli occhi” perché non è possibile immaginare di candidare qualcuno condannato a due anni, spacciandolo per “veniale peccatore”. Chi ha sbagliato e si è macchiato di reati contro la collettività non può tornare a occuparsi della collettività facendo politica, è un principio che dovrebbe essere sancito a caratteri cubitali nella Costituzione.

La logica (o forse sarebbe meglio dire l’etica) purtroppo raramente abita nei palazzi della politica italiana e noi siamo costretti a sorbirci questo decreto che è “un’offesa all’intelligenza media” come ha detto la Gabanelli nel suo editoriale a Report domenica sera.

A questo punto per comporre le prossime liste sarebbe interessante andare a raccattare tutti colori i quali hanno subìto la sventura di essere condannati a un massimo di due anni di reclusione e candidarli tutti.

Così avremmo le nostre belle liste pulite. Più che pulite, candide. Appunto.

Luca Mangogna

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