Cultura

Castellammare del Golfo, 3 gennaio 1862. L’esercito italiano giustizia una bambina di 9 anni

Briganti, foto internet

Per molti oggi è solo una data come le altre; un giorno di tranquillità dopo le abbuffate festive, ma in Sicilia non c’è giorno che non ricordi un fatto drammatico legato al suo rapporto conflittuale con l’Italia.

A due anni dall’occupazione garibaldino-piemontese e a uno dalla proclamazione del Regno d’Italia, la situazione in Sicilia si era tutt’altro che normalizzata. Rivolte contro il nuovo oppressore Stato e fucilazioni e bombardamenti per soffocarle, erano la costante. A Castellammare del Golfo (TP) il 3 gennaio del 1862 circa 400 giovani, armati come potevano, si radunarono e assalirono l’abitazione del commissario di leva, Bartolomeo Asaro, e del comandante della Guardia Nazionale, Francesco Borruso. I due vennero uccisi e le loro case bruciate.

La reazione non si fece attendere. All’alba dell’indomani nel porto di Castellammare sbarcarono due navi da guerra che trasportavano centinaia di bersaglieri comandati dal generale Quintini. I militari incominciarono a rastrellare la popolazione. Nella loro caccia all’uomo trovarono, in una contrada del paese, un gruppetto di persone. Dopo un sommario interrogatorio, il generale in persona insieme ai suoi sottoposti fecero ristabilire la legge (del terrore) fucilandoli con l’accusa diserzione.

Le vittime di questo crimine di guerra erano: Mariano Crociata di anni 30; Anna Catalano di anni 50; Marco Randisi di anni 45; Antonino Corona di anni 70; Angelo Calamia anch’egli di 70 anni; e il Sacerdote Don Benedetto Palermo di 43 anni.

Il peggio – sembra impossibile che possa esserci un peggio – avviene verso le ore 13, quando viene trovata una bambina di 9 anni – 8 anni e 2 mesi per la precisione – Angelina Romano era il suo nome. I bersaglieri la portano d’innanzi al plotone di esecuzione e abominevolmente fanno fuoco su di essa.

Il 13 giugno del 2010, il Comune di Gaeta, nel Lazio, ha intitolato una strada alla piccola Angelina Romano. In Sicilia si preferisce, invece, intitolarle ai nostri carnefici.

 

Marcello Russo

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