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Canicattì ricorda i giudici Saetta e Livatino

Un’immagine del convegno di Canicattì

Nell’ambito della Settimana della Legalità, promossa dalle associazioni Tecnopolis e Amici del Giudice Rosario Angelo Livatino, si è tenuto ieri mattina, presso il Teatro Sociale di Canicattì, il convegno dal titolo Non di pochi, ma di tanti. Esempi, Valori ed Azioni per la Democrazia e la Giustizia. L’iniziativa è dedicata alla memoria dei Giudici Antonino Saetta e Rosario Livatino, morti rispettivamente il 25 settembre 1988 e il 21 settembre 1990.

Ad una platea non troppo gremita, fatta di giovani dell’Agrigentino, oltre che di rappresentanti delle Forze dell’ordine e Autorità, si sono rivolte le parole accorate e coraggiose del Procuratore Generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, nella cui riflessione retrospettiva hanno preso corpo e anima le figure dei due giudici trucidati dalla mano della mafia. Ma Scarpinato non si ferma alle singole responsabilità mafiose: “sembrerebbe un approccio semplificato – dice – ricostruito dalle sole sentenze, e che lascerebbe fuori dalla riflessione e dalla memoria le responsabilità collettive”. Rilancia, dunque, e allarga il campo chiamando in causa l’habitat sociale di quegli anni, il sistema dei poteri collusi: una vera e propria “illegalità organizzata in comitati d’affari” e ramificata nella massoneria, nella pubblica amministrazione e persino nella giustizia.

Già nel 1982 Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, aveva rivolto a quelle collusioni, ai colletti bianchi, le sue indagini. Indagini scomode per le quali andava fermato.

E andava fermato anche Antonino Saetta, qualche anno dopo: così aveva decretato il sistema di potere deviato a cui quell’uomo “indipendente e con la schiena dritta” – per dirla sempre con Scarpinato – non si era piegato. Come quelle vite spezzate si fermò tragicamente la corsa dell’auto su cui viaggiava, senza scorta, Rosario Livatino, mentre si recava in tribunale. Il “giudice ragazzino”, che di tappe professionali ne aveva bruciate divenendo a soli ventinove anni Sostituto Procuratore di Agrigento, era ben determinato, ma ancora troppo giovane per scontrarsi con la “sinergia negativa tra il mal di mafia e la malapolitica”.

Un collaboratore di giustizia racconta che prima di morire Livatino avrebbe gridato a suoi sicari chiedendo il perché, non capendo cosa avesse fatto, quale fosse la sua “colpa”. “Era proprio quella di aver portato avanti il suo impegno nel rispetto dei principi del diritto”, ha concluso il Procuratore Scarpinato.

Sul palco si sono succeduti, tra gli altri, anche gli interventi di don Giuseppe Livatino, postulatore della causa di Canonizzazione, Nino Salerno, in rappresentanza della Confindustria Sicilia , e il direttore della DIA Alfonso D’Alfonso. A margine del convegno sono stati consegnati i premi per l’impegno antimafia.

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