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Angelino Alfano, ovvero il bluff delle Primarie del centrodestra

Angelino Alfano (foto internet)

A fine novembre Angelino Alfano, segretario del Popolo della Libertà, confermava l’importanza delle primarie del centrodestra “per scacciare il pericolo dell’avanzata della Sinistra, per lanciare l’ammodernamento del Paese e segnare un punto d’inizio del rinascimento del partito”. Insomma, una svolta epocale “senza precedenti” per l’agrigentino ex Ministro della Giustizia e segretario del partito dal 1° giugno 2011.

Solo contro molti, se non tutti, il fedelissimo di Silvio Berlusconi si faceva leader di una nuova fase per il partito fondato dall’imprenditore di Arcore sulle ceneri di Forza Italia, candidandosi ovviamente alle primarie per la corsa a Palazzo Chigi nel post-Monti. Con lui, altri avevano sfruttato l’occasione dell’uscita di scena del padrone per mettersi in vista: Giorgia Meloni, Daniela Santanché, Guido Crosetto, Gianpiero Samorì, Michaela Biancofiore sono solo alcuni di quelli che avevano espresso la volontà di entrare in gioco.

Ma il 6 dicembre le cose sono cambiate: spinto forse più dalle beghe processuali relative a Ruby Rubacuori che da una reale volontà di “salvare il Paese dal baratro”, Silvio l’Immortale ha deciso di scendere in campo per la quinta volta, a 18 anni dal suo esordio in politica dopo un’escalation sorprendente nella finanza. Fine dei giochi, dunque: Angelino Alfano, che fino al giorno prima confermava le primarie e ne ribadiva l’importanza strategica, mostrando una falsa sicurezza a fronte di una forza politica ridotta al lumicino dai risultati elettorali amministrativi, ha fatto dietrofront con la stessa velocità con cui è passato dall’essere un perfetto sconosciuto a vestire i panni del ministro.

Avevo detto che le primarie sarebbero servite a nominare il successore di Berlusconi, ma ora che non c’è bisogno di alcuna successione, le primarie non servono più”. Non fa una grinza, se non fosse che del rinnovamento, del “rinascimento” e dell’ammodernamento non c’è più nemmeno l’ombra: il Pdl si affida di nuovo al padre-padrone 76enne, si sottrae alla coalizione che sosteneva il governo tecnico di Mario Monti facendo precipitare nel panico mezza Europa e porta alle urne gli italiani presumibilmente a febbraio, aprendo di fatto la campagna elettorale.

A essere attualmente più scontenti sono soprattutto la Meloni e Crosetto: l’ex ministro della Gioventù e ideatrice di “Atreju”, la convention giovanile della destra romana, davanti alle telecamere abbozza definendo semplicemente “un errore” il ritorno di Berlusconi, ma in cuor suo cova una rabbia cocente e medita l’abbandono, già paventato dalla corrente ex An tre mesi fa. Crosetto è il più infuriato, più della giovane collega pensa a prendere altre strade.

E Angelino? Angelino, mestamente, torna dietro le quinte, nel cassetto dei progetti falliti, scartati, abortiti. Lo rivedremo sorridere come quando si sentiva sulla cresta dell’onda? Difficile, perché Angelino è deluso e scottato come un bimbo al quale hanno levato la bicicletta nuova. Ma lui, a differenza del bimbo, non scalcia né grida, né piange, né si getta a terra disperato perché convinto di aver subito ingiustizia.

Angelino è come certe onde che vediamo all’orizzonte: sembrano grandi, spumose, quasi ci prepariamo a tirare su asciugamani e scarpe. Ma poi si spengono a riva. Deboli e inoffensive.

 

Valerio Valeri

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