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Ambasciatore somalo novello Totò: affitta l’ex sede per 18 anni

Ex sede ambasciata somala. Foto Internet

“AAA affittasi elegante palazzina in via dei Villini, quartiere Nomentano, collegatissima con il centro. Da ristrutturare ed arredare. Ottima per uso uffici e sedi di rappresentanza”. Potrebbe essere più o meno questo l’annuncio immobiliare che il proprietario di un edificio di lusso in una zona estremamente borghese di Roma pubblicherebbe su giornali e siti web del settore. Peccato che l’immobile in questione sia l’ex sede dell’ambasciata somala, in stato d’abbandono dal 1991, e che a cercare di affittarla sia stato proprio il suo ex inquilino Nur Hassan Hussein. Un “Totò truffa” in salsa africana, per capirci.

L’ambasciatore, infatti, secondo una denuncia presentata da due associazioni italo-somale, avrebbe avallato un contratto di locazione della durata di 18 anni in favore di una società italiana ben avviata nel settore turistico. Un fatto che se confermato sarebbe una grave violazione della legge, in quanto i rappresentanti diplomatici di un Paese non hanno alcuna titolarità sugli edifici che abitano durante la loro missione.

Venerdì 16 pomeriggio, secondo quanto si legge nella denuncia, un gruppo di sconosciuti cercava di rompere i lucchetti del cancello esterno dell’edificio, per dare presumibilmente inizio ai lavori di ristrutturazione dello stabile. Alcuni cittadini somali, membri delle associazioni Ancis (associazione nazionale comunità italo-somala) e Migrare, allertati nelle ore precedenti, hanno impedito agli operai di entrare e quindi presentato denuncia alla Procura, al Municipio II, al Campidoglio sede del Comune e al Servizio Affari Giuridici della Farnesina.

Hussein, secondo le associazioni in questione, avrebbe fatto cadere l’extraterritorialità dell’edificio, cambiandone destinazione d’uso senza alcuna delibera del Ministero delle Finanze somalo, l’unico in grado di decidere una cosa del genere.

La palazzina di via dei Villini, tra l’altro, è stata al centro di un brutto fatto di cronaca nel febbraio 2011, quando una ragazza italiana ventenne subì una violenza di gruppo all’interno dell’edificio. Lì dentro, infatti, era diventato oramai un rifugio per senzatetto – per lo più di nazionalità somala – che vivevano in condizioni di estremo degrado: niente luce, né riscaldamento, quasi inesistenti le finestre, sporcizia e topi ovunque. In seguito allo stupro i circa 140 rifugiati vennero sgomberati e l’ingresso della palazzina murato per evitare ulteriori intrusioni. Lo stabile è in disuso da oltre vent’anni, poiché in seguito alla caduta del dittatore marxista Mohammed Siad Barre la sede era stata spostata in via dei Gracchi.

Valerio Valeri

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