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Allarme dei dipendenti di Sviluppo Sicilia: non chiudete la società

Quest’anno 76 persone avranno poco da festeggiare. Sono i dipendenti di Sviluppo Italia Sicilia, la società a totale partecipazione della Regione siciliana dal 2008, che da quattro mesi non percepiscono stipendio ed ora rischiano di essere mandati a casa a seguito del piano di riforme che l’assessore regionale al Bilancio Alessandro Baccei  ha annunciato di voler varare al più presto.

Un ampio e dettagliato programma di tagli, in cui è incluso anche lo “scioglimento delle spa non capaci di autosostenersi”, e fra queste Sviluppo Sicilia, che lo scorso anno ha maturato perdite per 1 milione 800 mila euro. Da qui, l’immediata reazione del personale della società, che stamattina insieme con le sigle sindacali di Cgil, Cisl, Uil, Ugl ed un gruppo di imprenditori hanno convocato una conferenza stampa per illustrare, dati alla mano, “quello che la partecipata ha fatto e sa fare per la creazione e lo sviluppo d’impresa”.

Presente all’incontro coi giornalisti anche il deputato regionale del Pd Fabrizio Ferrandelli, che si è detto “assolutamente contrario alla messa in liquidazione di questa partecipata, che ha creato sviluppo ed imprese. Mi impegnerò con la Presidenza della Regione e con il governo nazionale affinchè una realtà che ha contribuito alla crescita del tessuto produttivo siciliano non venga chiusa, ma al contrario incentivata per la sua mission: la creazione di start up e di auto impiego. La politica che è stata condotta finora- ha proseguito- è stata miope, visto che vorrebbe cancellare una società di qualità”.

Nell’arringa pronunciata oggi dai dipendenti di una delle società che costituiscono la babele delle 34 partecipate regionali, da sempre viste nell’immaginario collettivo come contenitori di privilegiati e non a caso la Corte dei Conti ha bacchettato la Regione per il costo di oltre 4 milioni di euro l’anno solo per il mantenimento dei cda, un florilegio di dati ed argomenti a supporto del lavoro svolto.

“Sviluppo Italia Sicilia non determina oneri a carico del bilancio regionale- ha dichiarato Alessandro Collura, impiegato della spa- perché non opera in forza di un contratto di servizio né usufruisce di stanziamenti pubblici. Le sue entrate sono rappresentate esclusivamente dai corrispettivi economici di prestazioni di servizi erogati principalmente a favore del socio unico (la Regione, ndr.), sulla base di contratti finanziati da fondi comunitari e nazionali di volta in volta stipulati con l’amministrazione regionale e sottoposti al controllo preventivo della Corte dei Conti”.

Già, ma solo nel 2013 ha registrato perdite per 1 milione 800 mila euro. Come, mai? Gli chiediamo.

“Le tariffe con la quale la società remunera  la giornata lavorativa del personale impiegato riesce appena a coprire il costo del lavoro. Il vero problema è che la nostra società ha altre spese, cosiddette di struttura, che non riescono ad essere coperte con le risorse della Regione. In più, ci sono i due incubatori di Catania e Messina, i cui costi immobiliari a cinque zeri sono sostenuti ogni anno solo ed esclusivamente da Sviluppo Sicilia”.

Il costo medio annuo lordo per dipendente, che ricordiamo essere stato selezionato non a seguito di bandi ma per aver risposto ad annunci su testate giornalistiche nazionali, attraverso presentazione di curriculum e colloquio, è di 31.713 euro (pari a 2 milioni 410 mila euro l’anno), inferiore alla media del costo del personale della Regione e delle sue partecipate. Fatto riconosciuto e comprovato pure dalla stessa amministrazione regionale, che con un atto ha trasmesso alla Corte dei Conti europea, “la convenienza economica del personale di Sviluppo Italia Sicilia”.

Complessivamente, dall’avvio dell’attività (1997), grazie agli incentivi del Dlgs 185/2000 sono state finanziate 17.111 nuove imprese, erogate risorse finanziarie statali per oltre 503 milioni di euro e, secondo il report dei dipendenti, sono stati creati quasi 80 mila nuovo posti di lavoro. Non ci sono figure dirigenziali e i due terzi del personale è inquadrato al quarto ed al quinto livello. Eppure, le crepe di un sistema, quale è quello delle partecipate della Regione, determinatosi negli anni sono alla portata di tutti e sono state messe in fila dalla impietosa relazione dalle  Sezioni di controllo della Corte dei conti.

In Sicilia lavorano nelle aziende a totale partecipazione regionale la bellezza di 3.328 persone. In tutte le altre Regioni a Statuto speciale, il numero complessivo è di poco superiore a 1.800. Nelle rimanenti 15  “ordinarie” arriva a 6.720. Dal 2009 al 2012, la Regione ha speso per il personale e gli organismi societari la bellezza di 1,18 miliardi, cifra destinata ad aumentare poiché i dati del 2012 sono incompleti. In media, la spesa per gli emolumenti è di circa 300 milioni all’anno e quella per le consulenze tra il 2001 e il 2012 è più che raddoppiata: da 12,9 mln a 27,2 mln di euro.

A fronte del denaro pubblico erogato, la Corte rileva che nel triennio 2009-2011 i risultati d’esercizio aggregati di tutte le società partecipate “registrano un saldo nettamente negativo, oscillante tra i 27,8 mln e i 23,9 mln; inoltre 14 società su 34 hanno chiuso in negativo gli ultime tre bilanci”.

Marina Pupella

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